… la comprensione

smack

Non sapevo immaginarmi con te, finché un giorno mi hai detto che non avresti mai smesso d’aspettarmi.

Son trascorsi molti inverni prima che iniziassi ad avvicinarmi a piccoli passi. Quel tuo profumo di limone confondeva le mie percezioni; non sapevo cosa fare. Non volevo illuderti, ma nello stato in cui stavo non potevo vederti.

Avevo il cuore bendato, l’anima lesa, la pelle un campo di battaglia, l’olfatto intasato e le mani protese altrove in un ultimo perenne danno verso la mia dignità.

Quel pomeriggio che siamo incespicati in un bacio al contrario e ti ho sentito dentro, ho creduto di non essere io. Lentamente mi stavi conducendo verso un porto sicuro chiamato –rinascita-.

Ed io, che credevo d’esser sbagliata, ho dovuto convincermi di non esserlo mai stata. Mi hai obbligata a guardarmi allo specchio sussurrandomi che le mie imperfezioni erano solo fili d’oro e argento, i miei difetti… diamanti rari.

Chi ti ama veramente non ci pensa proprio di volerti cambiare… pensa ad amarti e basta.

Vi presento Rocher

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ROCHER 1

Si chiama Brooklyn Rocher, è un Cocker Spanish Inglese di due mesi e da sabato 19 marzo vive a casa con noi. In famiglia avevamo già Neve, stessa razza, dieci anni, ma dopo qualche mese di riflessione abbiamo aperto le porte ad un nuovo amico. L’idea di allargare la famiglia è stata di Sofia, mia figlia, ma son certa che dietro le sue ottime intenzioni si cela l’energia di mio padre. Lui amava i cani da caccia, ne aveva cinque e se tanti anni fa  Neve è entrato nella nostra vita è stato proprio grazie a papà, che con la scusa di  accompagnarmi in un allevamento a vedere dei cuccioli, mi convinse poi a tornare a casa con il primo cane della mia vita. In questo blog ho dedicato molto spazio alla morte di mio padre, la sua assenza è un dolore che non riesco a superare nonostante tutti i miei sforzi e il tempo che dovrebbe essere complice. Con onestà confesso pubblicamente che la sua dipartita mi ha completamente trasformata, sono diventata meno rigida, meno perfezionista, ho imparato a vivere alla giornata e mi commuovo innanzi a tutto ciò che arriva dalla natura. Ho imparato a distinguere le cose che hanno valore dalle cose superficiali, ho imparato a scegliere, a conservarmi, a difendermi. Avrei voluto vivere di più mio padre. Mi sento in colpa per le volte che la vita mi ha portata lontana da lui, ma in questi giorni sono certa che il suo spirito, ovunque sia, frema di felicità. Rocher è anche un po’ per te papà. Attraverso il ricordo del tuo amore per gli animali, ti cerco in loro e mi sento più serena.

Perchè ti nascondi?

stefania diedolo

Mi nascondo dentro i libri perché ho urgenza di insegnamenti che facciano bene. Di consigli che facciano male. Devo ignorare il mio nome ed essere il nome di tutti per poter narrare di come la realtà sia scivolata dalla commedia al dramma. Non sarà difficile moltiplicarmi, sono polivalente e mio malgrado popolata da molteplici entità.

Gli inganni consumati dal potere sono tele di ragno, specchi infranti… riflessi di un’umanità ferita. Sbigottite son le parole che ci potrebbero salvare. Nel perduto senso dell’amore, accumulo come una calamita futuristiche scomuniche, l’esito di ciò che è andato a marcire, la melma di egocentrismo smisurato che incombe sulla società, la depressione misera di nobiltà di chi si suicida, la crudeltà di coloro che vanno in giro con le mani imbrattate di sangue.

Siamo un condensato di improperi, coraggio e slealtà. Siamo l’inquinamento acustico dei mezzi di comunicazione svenduti, l’asfalto di città color catrame ventilate alla diossina.

Mi nascondo. Quando non saprete più dove cercarmi, sarò quel foglio di carta stropicciato zeppo di idee rimasto per sbaglio dentro uno qualsiasi dei libri che avete in casa. Mi basta la coscienza, non voglio scivolare negli inferi abitati dagli analfabeti dello spirito. Sillabare lo scempio compiuto ai danni del nostro esistere sarà un rito quotidiano. Come un abbecedario consunto, non posso dimenticare il tempo fuggito che mi ha resa felice.

Mi nascondo perché ho vergogna d’appartenere a questo secolo. Darei la creatività che mi anima per ritornare pergamena bianca da vergare di emozioni e amore. Soffro l’incostanza e l’incoerenza. Soffro. Sorrido per non piangere e mi chiudo in stanze piene di parole. I libri mi sussurrano del tempo passato ed io, consapevole della mia caducità, mi sostengo grazie a ciò che sono stata. Per ricordarmi che basterebbe poco per aprire una finestra sul mondo, mi alleno a mormorare un ti amo senza aspettative.

Ti amo.
Facciamoci del bene.
Ti amo.
Fammi l’amore.
Ti amo.
Tirami fuori dal buio.
Ti amo.
Una volta c’era una vita con troppa luce.
Ti amo.
Ci basterà essere umani?

#nonpertutti

t r a c c i a

rinascita

Avanzo dentro l’abisso
a minuscoli passi,
ripetendo infantili memorie
e preghiere propiziatorie.
In questo spazio-tempo isolato
riprenderò la mia vita ancestrale?
Embrione
di una nuova avventura,
quando tornero’
avro’ tracce fonde incise.

Pinocchia è diventata una Donna

marionetta

Quanto è tenero quel tuo abbraccio? Scioglie le mie ataviche resistenze fino a convincermi di non aver urgenza d’altro.  Abbandonata sulla tua camicia azzurra di lino, posso accettare di chiudere gli occhi, intuire il profumo della sera e dormire le inquietudini che mi adombrano.
Non smetteresti in ogni caso di carezzarmi l’anima.
Tu, un cosmo di cose segrete. La pazienza delle feste infangate, l’attesa delle ore che non si avvicinano mai. Il coraggio delle notti bianche, il colore dei tuoi occhi esausti di aspettarmi.
Tu, che quando sorridi sei già approdato direttamente nel cuore, sei un’impronta dietro le mie rese. I nodi nella gola. Le lacrime che non ne vogliono saper di scendere.
È stato nel tuo morbido avvolgermi che ho sentito risorgere il nostalgico miracolo dell’esistere.  Il medesimo che credevo d’essermi bevuta seduta a terra, tra litri di vino rosso e quintali di dignità.
Guardami: ora che non son più marionetta di legno d’acero e mangiafuoco ha smarrito le mie orme, posso smettere di farmi male?

Vado via in ascensore

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Vivo inquieta in un mondo fatto di sinergie dove le onde del bene e del male hanno calcato degne ed indegne il palcoscenico della mia vita. Guardo avanti perché guardare indietro fa ancora male, ma finalmente ogni punto è stato messo, ogni virgola, sassata, viaggio, piuma, gradino, amicizia o conoscenza. Palese il ruolo. Chiusi i portoni, le finestre, le finzioni semestrali. Non esiste un solo spiffero di dubbio. La verità che sento dentro è diventata granitica e l’oltre è finalmente ad un passo dal mio naso. Non sento più niente. Il dolore, lo sdegno e la rabbia hanno lasciato il posto alla consapevolezza che i miei limiti sono stati abbondantemente superati. Sono pronta per un lunghissimo volo lontano dai miei demoni. Quest’onda tirannica ha iniziato il rimbalzo ed il film che la vita sta per proiettare è solo un vizio già  visto e commentato. Per sempre… vado via e non ci sarò mai più come ci sono stata,  perché nemmeno quando ho avuto bisogno di sapere le cose vere mi son state dipinte con i colori della realtà. Fa meno male la verità di una bugia. Fa meno male anche il bacio di Giuda. Un piede di porco a scardinare il cuore. Saltello su un piede e poi sull’altro. Notti lunghe mi hanno vista rotolare tra le lenzuola senza sonno, senza il calore di un abbraccio, di un bacio dato di spalle, mentre la vita fuori scorreva tra locali notturni, altri odori, camere d’albergo, altre mani e vecchi sapori. Le mie mani sono pure e calde, le dita son sempre affusolate. Le labbra rosse, screpolate per il freddo che sento, sono l’unico punto luce del mio viso smunto. Vorrei un bacio piano a labbra chiuse ad aprire un canto, un pegno, l’inizio di un sacrificio che libera energia e scardina fuochi e libertà. Vorrei una mano a stringere la mia, risate e cose semplici: le passeggiate nei prati, la musica nelle orecchie, un sorriso con gli occhi. Vivo inquieta perché la tranquillità mi impegna ancor più del disagio delle ore appena trascorse. Fingere indifferenza è stato un bastone tra denti già scassati. Con la lingua mi tocco i polsi e vibro. Non mi devo scordare in tutto questo freddo inverno che sono viva. Che sono viva. Che sono viva. Che per l’agitazione trascorro le notti in bianco. Che per la stanchezza crollo ai tavolini dei bar del centro. In un ascensore di provincia ho visto il muro anziché l’uscita. Sarei rimasta per sempre in quei due metri quadri se non fosse stato per la paura di non riuscire a respirare. Avevo tutto ciò che desideravo. Mi tocco le braccia, i fianchi, i capezzoli, le cosce e vado avanti.  Me lo sento, che sto andando… che sto andando via. 

“Si ricordi anche di vivere…”

 

Inutile correre:
è troppo tardi, lo so!
Ho atteso il giusto tempo,
ho sperato,
ma l’ho sempre saputo,
che sarebbe stata
una salita ripida.
Ho dato tutto
ed ora
non possiedo più nulla.
I pensieri corrono
e  l’ansia divora ogni istante
della mia personale 
corsa quotidiana.
Magari, con un fiore
tra le mani,
invece di questa maglia d’acciaio
che copre la mia dolcezza,
saprei ritrovare
la mia essenza.
Romantica e densa.  
Sono andata oltre la fine,
il principo è rimasto sepolto
insieme al mio disincanto:
pare difficile sopravvivermi.
Lo sanno tutti,
eppure fingono:
che il mio è solo un attimo.

E c’è chi si accontenta.
Chi gode comunque.
Chi se ne frega.
Chi  ha sempre fame.
Chi piange.
Chi vive d’elemosina.
Chi non capisce.
Chi pensa di possedere ogni verità.
Chi si lamenta e non sa fare altro.
Chi si obnubila di alcol e droghe.
Chi si ammazza di sport.
Chi non esce mai.
Chi scopa con chi.
Chi ha il cuore frantumato.
Chi si muove stonato.
Chi mi guarda incantato.

Io non mi accontento di sopravvivere.

“Signora, si ricordi anche di vivere…”
“… ha ragione M. Da domani, dopo la colazione, vivrò…”