Confesso

scrivereQuando scrivevo “Bocca di lupa” non ho mai pensato al dopo. Avrei semplicemente voluto non finisse mai. Oggi, che il seguito della storia ha ripreso a vivere nella mia sfera creativa, sostenere il peso di tutto (aspettative, tempi, pathos, idee) è umanamente faticoso. I personaggi si affastellano nella mente confondendomi il presente. L’anima ferita torna a farmi male da morire, mentre le vicende… sussurrano per bocca dei protagonisti ad ogni ora del giorno e della notte lasciandomi con la perenne sensazione d’essere ingolfata. “Risultanze: languo suo blog, sono assente, stanca, asociale. Incarno con dovizia di particolari il modello mostro-orso. Spesso piango, rido, vado via. Sto sola”. Dicono che per scrivere bisogna essere d’acciaio, è invece la mia fragilità a riordinare pensieri ed emozioni. La coerenza a guidare le dita sulla tastiera. La delicatezza a creare i profili psicologici. Essere sbranati vivi dai propri personaggi è un rischio in itinere. Io non ne sono mai stata immune. Anzi…“mi stanno scarnificando e nessuno può fermarli, solo io. Sono vampira di me stessa”. La follia del vivere è insita nelle pieghe della mente, come nelle parole sulla carta. Il vero dramma è che ogni volta m’innamoro. Li desidero tutti, uno ad uno. Di un amore cerebrale denso e corposo. Alcuni di loro vorrei tenerli tra le braccia, ma non ci sono. La sofferenza che ne deriva è un “falso in atto”. Reale il dolore, immateriali i cuori da me così tanto amati. “Si può rasentare il dramma umano innanzi all’arte che diviene fonte di vita?”. Come tutti i veri artisti, quand’anche mai dovessi conoscer la gloria della fama, morirò d a n n a ta. Costretta a sopravvivere tra il concetto di realtà e ciò che inesorabilmente sussurra, gode e vive solo nella mia testa.

d o n n e

Noi siamo donne che viviamo in equilibrio anche capovolte, piangiamo di nascosto per non ammettere d’esser stanche morte, passiamo i sabati mattina in pigiama a pulire, siamo le donne che non sentirete mai infierire.
Noi siamo quelle che dopo dieci ore di lavoro andiamo a far la spesa e prepariamo la cena. Studiamo con i figli, alleviamo cani e conigli.
Siamo le donne che dicono di non aver paura per non destar preoccupazione, quelle che rinunciano a tutto per essere a casa ogni sera come una vocazione.
Siamo donne da corse al pronto soccorso in piena notte, che guidano con la nebbia, non chiedono abbuoni o raccomandazioni. Siamo le donne sole alle stazioni.
Quelle che nascondono i soldi nelle scatole di latta per i giorni fragili, che raccontano commosse del loro mondo azzurro perché sempre sperano in un futuro di burro.
Le donne che risparmiano i trenta euro per la tinta dei capelli a fine mese e un compromesso sereno innanzi alle offese. Siamo le donne del bicchiere mezzo pieno, quelle che chiudono casa quando tutti dormono e stendono i panni ad ogni ora della notte e del giorno.
Siamo le donne che corrono perché perennemente in ritardo, ma sempre presenti ad ogni traguardo. Siamo quelle forti dai mille consigli, le stesse che quando escono con le amiche si sentono in colpa coi figli.
Siamo le donne dai magoni amari digeriti con cura, affinché la vita possa sempre sembrarvi un’avventura.

Quando la sera varcate la soglia di casa, non fateci mancare un bacio d’amore. Un abbraccio rotondo. Un sorriso anche se stanco.
Regalateci una carezza mentre nel buio della notte fingiamo di dormire. Se stiamo sveglie, è per raccogliervi i sogni che troverete nelle scodelle della prima colazione e sentirvi gioire. E se non sapete come far di ogni donna una regina, a noi piacciono le margherite del giardino, i cioccolatini ripieni e i walzer ballati a piedi nudi in cucina.
Siamo solo donne@madri del duemila, con milioni di desideri ed un presente pirandelliano  da uno, nessuno e centomila.

mamma che stanchezza

Ho vissuto un attimo eterno non raccontabile.
Come un bacio tanto desiderato,
ricevuto all’improvviso.
stanchezza1

Venerdì sera ho conosciuto una sorta di stanchezza indescrivibile che non mi ha più abbandonata. Ho dolori un pò ovunque e sento di pesare un quintale nonostante con grande sforzo mi trascino in giro per il mondo sperando di ritrovare l’energia smarrita. Il nodo più grande di questo “immenso bacio” è che per il momento non mi sento affatto bene. Sembro un anima che trascina un cadavere.
Qualche mese fa mi era capitato di non avere nulla da fare, essere perfettamente riposata e ciò nonostante sentirmi in sofferenza per la stanchezza di tutto quel nulla.  
Oggi vivo una stanchezza astratta che non si vede. Il mio colorito è sano, il corpo florido non sembra appartenere alla donna gracile ed esile che son sempre stata, ma sono emozionalmente al tappeto. Portare il peso della mia coscienza e degli impegni che mi gravano è la stanchezza più spaventosa che potevo conoscere.
Da qualche giornata la mia energia vitale chiede di essere ascoltata, come se una zecca energetica si fosse attaccata a succhiarmi vitamine.
Forse la frase di Emil Cioran ne Il funesto demiurgo, 1969 – “la sorte di chi si è ribellato troppo è di non aver più energie se non per la delusione”, è vera anche al contrario.
In questo istante mi sento di affermare che “la sorte di chi si è impegnato troppo è di non aver più energie ad avvenuto raggiungimento dell’obiettivo”.
Sì, che posso dirlo,
perché io mi sento dannatamente a brandelli. Stesa sulla  meta, senza più fiato per rialzarmi e camminare. Mi devo riprendere. Smettere di friggere, manco fossi una patatina al forno. Respirare a pieni polmoni. Ritrovare le mani che stanno al posto dei piedi.

ad maioraForza… Signorastanca… ad maiora semper.

Il sacrificio

Infanzia

Quando ero una ragazzina, non avevo idea di cosa significasse il termine sacrificio. Vivevo la mia vita come un cartoons e nulla più. Le cose credevo mi fossero dovute, avevo alcuni punti di riferimento e non c’era nulla che potesse mandarmi in crisi. Tranne le malattie di mamma.  Ricordo che quando restava immobilizzata a letto, a causa delle forti emicranie, non andavamo nemmeno a scuola.
Più che altro nessuno ci svegliava e quindi si perdeva il pullman.
È stato in quel mentre che ho conosciuto l’ansia che ancora oggi mi è compagna, ma questa è un’altra storia.  Non so dirvi se più o meno triste. Certamente diversa da quella che voglio narrare.
All’epoca mia madre era spesso stanca, credo non fosse così fantastico accudire da sola tre bambini piccoli –ma lei non lo ammetterebbe nemmeno sotto tortura-. Mio padre era assente giustificato. Affinché in casa non mancasse il cibo, girava il mondo lugubre e fosco delle ciminiere. India, Africa, Sud America, nord Europa.
Sono le stesse ciminiere, che per lunghi anni lo hanno tenuto lontano da noi, ad averlo ucciso quest’anno. Tutto quanto ha respirato, per far sì che noi andassimo a scuola ed avessimo abiti decorosi, si è trasformato nel tempo in una morsa spaventosa che lentamente gli ha tolto il fiato.
Negli anni ’70-’80 tutto era ovattato: la scuola, la nebbia, la mamma sempre presente, lo zio Romolo, la nebbia, i giochi nel cortile, io che volevo imparare i rebus, la Messa la domenica mattina, il “pronto soccorso”, appuntamento fisso di ogni settimana, la nebbia, le torte di compleanno, le lezioni di cucito dalle suore, il catechismo, la slitta fatta con il cellophane nero dell’immondizia, i cinema di nascosto all’Albergo, il primo bacio ricevuto da Fabiano. La nebbia.

bambiniPoi un giorno comunicai a mia madre che volevo fare e disfare da sola, uscire, scegliere come vestirmi, lasciare a casa l’orologio, passeggiare per Crema, andare dovunque con l’Espace blu scuro di Giovanna, dormire fuori, andare fuori, stare fuori, essere fuori: dagli schemi di casa, dai pensieri di chi mi amava troppo. Essere fuori di testa.  In coincidenza con questo improvviso bisogno di affermazione, ho capito per la prima volta cosa fosse il sacrificio. Era l’inverno del 1985, avevo all’incirca  sedici anni, a scuola andavo  bene, non mancavo ad un solo allenamento di volley dove primeggiavo da anni ed ero dolcemente innamorata come potrebbe esserlo un’adolescente del passato. Non certamente come consumano l’amore i giovani di oggi. Rinunciare all’amore, a quell’amore, fu il mio primo sacrificio. Non lo comprese nessuno. Nessuno. In verità fu l’inizio di una rinuncia ben più grande che poi durò tutta la vita e che riassumo in questa espressione: <<Fare le scelte per accontentare gli altri. Io sono stata impostata con questo moto direzionale. E questo è il mio sacrificio. E questo è il mio danno>>. Mamma dice che si fanno enormi rinunce per i figli. Come non capirla? Io mi distruggo per la ragazzina che mi gira per casa, ma mia madre non ha mai capito che il vero sacrificio è rinunciare ad essere se stessi.  Sopportare la qualunque per il bene dei propri pargoli è un dovere genitoriale, ma immolarsi per accontentare gli altri cos’è? Una maledetta, intollerabile, orribile fregatura dalle proporzioni mostruose. Ecco cosa c a s p i t a  è. Due anni fa ho stabilito, a norma di legge famigliare, che il mio sacrificio era troppo anche per me stessa ed ho iniziato a dire che non lo volevo più perpetrare. Altro che Siria & Company, ho innescato la terza guerra mondiale dei poveri. Ho rilasciato nell’etere gas tossico emozionale ed inodore. Dilaniato con bombe atomiche sentimentali fatte negli scantinati. Lanciato parole ansiose come pugnali. Sbattuto porte come fossero ante di carrarmati.
Ma bisognava proprio scatenare una guerra? Si.
Il sacrificio è una perversione umana che se protratta nel tempo può rendere il cuore di pietra; io invece desideravo che il mio cuore fosse di burro fuso al profumo di salvia e gelsomino esattamente come mi venne donato alla nascita.
E così facendo, nello scorrere del tempo, ho modificato le traiettorie e cessato le battaglie. Oggi vago disarmata ed un pò spaventata con la coscienza che la mia gioia di oggi, è il mio dolore di sempre…ma finalmente senza più maschere imposte.

bambina

Diffidate di coloro che predicano l’idea del sacrificio. Ciò che in realtà vogliono è che qualcuno si sacrifichi per loro.
Joan Fuster, Giudizi finali, 1960/68