Il canto del mare

stefania diedolo

Giro e rigiro in pensieri consumati perché riflettere è la mia natura, ma nel viaggio livello i bordi frastagliati dell’anima e mi concedo di scivolare via. Non troppo lontano dal reale, non troppo vicino al male. Sorridere è facile se sai cosa significa lasciarsi accarezzare dal mare. L’unico amante a cui concedo ogni torbido segreto, quest’oggi si frange nei miei occhi stupiti. Incantata di lui. Sorpresa di me.

Proprietà immagine Stefania Diedolo

Il romanzo “Bocca di Lupa” il 1 dicembre 2013 è sbarcato al ristorante dell’Albero. E’ stata una domenica da ricordare…

Presentazione DiedoloDomenica scorsa ho presentato il romanzo “Bocca di Lupa” ad una platea di 150 ospiti. In tanti anni di presentazioni letterarie forse nel 2007, presentando “ioAmo” alla libreria Babele di Milano, avevo visto così tante persone tutte insieme. E’ stato emozionante e faticoso. Ho perso due anni di vita perchè in fase preparatoria non ne andava dritta mezza, ma alla fine ne è valsa la pena. Ringrazio pubblicamente tutti coloro che sono intervenuti rendendo un pomeriggio d’inverno… un giorno speciale. La serata è stata moderata dall’amico giornalista e scrittore Antonio Grassi, alla presenza della casa editrice rappresentata dalla mia agente-amica Paola Platania e dalla giovanissima Lucia Giroletti che, oltre ad aver condotto la kermesse, ha recitato alcuni brani del romanzo.Felice Sorvolando su tutte le emozioni che ho vissuto, avendo stavolta giocato una partita in casa (la presentazione l’ho organizzata presso un ristorante di famiglia), stasera devo necessariamente soffermarmi su un commento che proprio quest’oggi mi ha lasciato il nostro amato TADS http://angolodelpensierosparso.wordpress.com/. Tullio Antimo da Scruovolo mi ha scritto le quattro righe di cui sotto, ed io ho capito che con una facilità sbalorditiva mi stava semplicemente leggendo dentro. Non che io sia un enigma incomprensibile o l’obelisco di una piramide da decifrare, ma il suo acume la dice lunga sul genio che lo contraddistingue. Da qualche giornata sono in tilt a causa di un sovraffollamento di situazioni che mi noio da sola di dover spiegare, non possiedo quindi molto tempo per scrivere, ma oggi TADS mi ha completamente spiazzata.

Commento:” ma buongiorno, come butta Stefania?… e allora… ce lo togliamo o no questo velo di tristezza?… apri l’armadio degli stati d’animo e indossa i panni della “tigressa”, QUELLI VERI, prova a ruggire e graffiare con cattiveria pura, pulita, naturale, scapperanno in tanti ma… lo spazio per i “giusti”… code message (ci siamo capiti, vero?) ;)

TADS ha ragione. Su tutta la linea. Dietro i miei sorrisi sono malinconica, sofferente ed in costrizione. Purtroppo nell’armadio non possiedo i panni della “tigressa”, non so ruggire, tanto meno graffiare, eppure lo giuro… avrei tanto desiderio di possedere tutte queste belle doti per scoccare qualche freccia avvelenata. Sto vivendo un periodo difficilissimo dove attorno a me sento il brulicare di tarme fastidiose, vedo occhi che non incrociano i miei, vengono meno i saluti ed il bisogno di stabilità si fa pressante. Un minimo dovrò schermarmi ed altrettanto un minimo dovrò diventare felina per sopravvivere. Ce la farò? Almeno ci provo. Da domani mattina, andando in ufficio, vestirò i panni della signoratigre. Che Dio mi assista…

Dimenticavo: la promozione del romanzo sta procedendo bene, stanno uscendo le prime recensioni… 

Recensione Gaia Montagna sul settimanale A sud dell'Europa

Recensione Gaia Montagna sul settimanale A sud dell’Europa

Recensione a cura del giornalista Antonio Grassi - La Provincia Cremona

Con l'agente-amica: Paola Platania

Con la mitica Mariapia

Non sono seria, solo attenta...

Antonio Grassi, giornalista e scrittore

Antonio Grassi, giornalista e scrittore

Tavolata d'eccellenza

Parlavo, quanto parlavo :-)Autografi

Galleria completa immagini presentazione letteraria romanzo Bocca di Lupa il gg 1/12/2013 presso Ristorante dell’Albero – Sergnano

Il sacrificio

Infanzia

Quando ero una ragazzina, non avevo idea di cosa significasse il termine sacrificio. Vivevo la mia vita come un cartoons e nulla più. Le cose credevo mi fossero dovute, avevo alcuni punti di riferimento e non c’era nulla che potesse mandarmi in crisi. Tranne le malattie di mamma.  Ricordo che quando restava immobilizzata a letto, a causa delle forti emicranie, non andavamo nemmeno a scuola.
Più che altro nessuno ci svegliava e quindi si perdeva il pullman.
È stato in quel mentre che ho conosciuto l’ansia che ancora oggi mi è compagna, ma questa è un’altra storia.  Non so dirvi se più o meno triste. Certamente diversa da quella che voglio narrare.
All’epoca mia madre era spesso stanca, credo non fosse così fantastico accudire da sola tre bambini piccoli –ma lei non lo ammetterebbe nemmeno sotto tortura-. Mio padre era assente giustificato. Affinché in casa non mancasse il cibo, girava il mondo lugubre e fosco delle ciminiere. India, Africa, Sud America, nord Europa.
Sono le stesse ciminiere, che per lunghi anni lo hanno tenuto lontano da noi, ad averlo ucciso quest’anno. Tutto quanto ha respirato, per far sì che noi andassimo a scuola ed avessimo abiti decorosi, si è trasformato nel tempo in una morsa spaventosa che lentamente gli ha tolto il fiato.
Negli anni ’70-’80 tutto era ovattato: la scuola, la nebbia, la mamma sempre presente, lo zio Romolo, la nebbia, i giochi nel cortile, io che volevo imparare i rebus, la Messa la domenica mattina, il “pronto soccorso”, appuntamento fisso di ogni settimana, la nebbia, le torte di compleanno, le lezioni di cucito dalle suore, il catechismo, la slitta fatta con il cellophane nero dell’immondizia, i cinema di nascosto all’Albergo, il primo bacio ricevuto da Fabiano. La nebbia.

bambiniPoi un giorno comunicai a mia madre che volevo fare e disfare da sola, uscire, scegliere come vestirmi, lasciare a casa l’orologio, passeggiare per Crema, andare dovunque con l’Espace blu scuro di Giovanna, dormire fuori, andare fuori, stare fuori, essere fuori: dagli schemi di casa, dai pensieri di chi mi amava troppo. Essere fuori di testa.  In coincidenza con questo improvviso bisogno di affermazione, ho capito per la prima volta cosa fosse il sacrificio. Era l’inverno del 1985, avevo all’incirca  sedici anni, a scuola andavo  bene, non mancavo ad un solo allenamento di volley dove primeggiavo da anni ed ero dolcemente innamorata come potrebbe esserlo un’adolescente del passato. Non certamente come consumano l’amore i giovani di oggi. Rinunciare all’amore, a quell’amore, fu il mio primo sacrificio. Non lo comprese nessuno. Nessuno. In verità fu l’inizio di una rinuncia ben più grande che poi durò tutta la vita e che riassumo in questa espressione: <<Fare le scelte per accontentare gli altri. Io sono stata impostata con questo moto direzionale. E questo è il mio sacrificio. E questo è il mio danno>>. Mamma dice che si fanno enormi rinunce per i figli. Come non capirla? Io mi distruggo per la ragazzina che mi gira per casa, ma mia madre non ha mai capito che il vero sacrificio è rinunciare ad essere se stessi.  Sopportare la qualunque per il bene dei propri pargoli è un dovere genitoriale, ma immolarsi per accontentare gli altri cos’è? Una maledetta, intollerabile, orribile fregatura dalle proporzioni mostruose. Ecco cosa c a s p i t a  è. Due anni fa ho stabilito, a norma di legge famigliare, che il mio sacrificio era troppo anche per me stessa ed ho iniziato a dire che non lo volevo più perpetrare. Altro che Siria & Company, ho innescato la terza guerra mondiale dei poveri. Ho rilasciato nell’etere gas tossico emozionale ed inodore. Dilaniato con bombe atomiche sentimentali fatte negli scantinati. Lanciato parole ansiose come pugnali. Sbattuto porte come fossero ante di carrarmati.
Ma bisognava proprio scatenare una guerra? Si.
Il sacrificio è una perversione umana che se protratta nel tempo può rendere il cuore di pietra; io invece desideravo che il mio cuore fosse di burro fuso al profumo di salvia e gelsomino esattamente come mi venne donato alla nascita.
E così facendo, nello scorrere del tempo, ho modificato le traiettorie e cessato le battaglie. Oggi vago disarmata ed un pò spaventata con la coscienza che la mia gioia di oggi, è il mio dolore di sempre…ma finalmente senza più maschere imposte.

bambina

Diffidate di coloro che predicano l’idea del sacrificio. Ciò che in realtà vogliono è che qualcuno si sacrifichi per loro.
Joan Fuster, Giudizi finali, 1960/68

Pelle di donna

pelle di donna

 

Ho cambiato pelle. Mi adatto alle nuove visioni oggettive come un camaleonte educato. Non sento né amarezza né innocenza. Non sento confusione, voci o richiami. Non provo proprio più niente. Solo la miseria. Cammino scalza su chiodi roventi ed arrugginiti, ma vivo tranquilla. Non mi turbano più di tanto  le contraddizioni, riescono giusto ad attraversarmi le orecchie ed andare oltre. Molto lontano da me.

La mia pelle è ritornata ad esser morbida e liscia com’è sempre stata. Compatta e lucente. Protetta ed idratata, con i dovuti schermi naturali, sembra aver riconquistato il mio corpo magro che una volta pareva un’autostrada. Oggi nello specchio il mio pallore riflette con più grazia i rami di un salice piangente, ma stavolta predomina la gracilità. Non devo essere bellissima per forza, posso sentirmi affascinante anche efebica.

Un tempo ho vissuto senza pelle. Esposta ai raggi solari, alle belle parole, agli osanna ed alle maledizioni, sono riuscita a scarnificarmi fino alle ossa.

Oggi le cicatrici sono rosse, ma rimarginate. Se le sfioro con i pensieri non mi fanno più sussultare Le ho curate bene. I condilomi sono inesistenti. Le osservo sempre, apparentemente un po’ distratta e consapevole della loro esistenza, ma sono finalmente domate. Addomesticate. Mute. Hanno solo accorciato l’estensione elastica e normale della mia curiosità perché presentano aderenze profonde e purtroppo non eliminabili. 

Ho modificato la mia pelle per me stessa, per chi non ha mai smesso di aver bisogno di me e per chi ha iniziato ad averne senza nemmeno saperlo.

Ho dipinto la mia pelle per lui, perché non potevo più fingere che stavo bene quando il suo lento morire si rifletteva nei miei occhi stonati, da ubriaca, senza aver toccato liquidi o cibo per giorni e giorni.

Ho stirato questa mia nuovissima pelle e non ci sto dentro ancora comodissima, ma in alcune zone del corpo è come la seta.

Non sono più un divano sgualcito e sfondato.
Oggi sono un chesterfield di pelle due posti capitonè color cielo.
E’ molto confortevole saperlo.

…fuga nella poesia d’autore

poesia

A Juliette Dronet

Faccio tutto ciò che posso
perché il mio amore
non ti disturbi,
ti guardo di nascosto,
ti sorrido quando non mi vedi.
Poso il mio sguardo
e la mia anima ovunque
vorrei posare i miei baci:
sui tuoi capelli,
sulla tua fronte,
sui tuoi occhi,
sulle tue labbra,
ovunque le carezze
abbiano libero accesso.

Victor Hugo