Un errore bellissimo

giovinezza
Che bella la giovinezza! Senza pudore facevo a pezzi le regole sociali inventando un micro cosmo dove sentirmi libera, provocante, indisciplinata. Disubbidire era un’affermazione d’identità. Rompere gli schemi una sfida intrinseca per spostare più in là… quella maledetta linea che costringeva l’infinito e delimitava i muri della mia camera. Se ripenso a noi, alle tue mani che mi toccavano di nascosto all’ombra dei glicini, a quella volta che mi accarezzasti sotto la gonna in chiesa, sorrido incosciente. L’innocenza mi ha perdonata più delle persone e nella riconoscenza verso la vita non ho mai regalato nulla alle fauci del destino, nemmeno le briciole di una fetta di torta al cioccolato. Prendere a morsi le tue labbra è stato come accendere il buio, che sensazione rumorosa la giovinezza! Il rullare dei nostri cuori abbatteva le notti dove non sapevamo nemmeno far l’amore. Ci siamo bastati per un tempo breve ma infinito. Non è stato il tempo a dividerci, solo la maledetta paura di pensare che eravamo il più bell’errore ci potesse capitare.

Stefania Diedolo

Il libro ” KARMEL” è in vendita in tutte le librerie d’Italia e sugli store on-line.

 

la bellezza, il dolore e la sopravvivenza

mia figlia Sofia a 5 anni e Neve 8 mesi

Quando penso alla bellezza vedo solo due immagini: i bambini che giocano e gli animali. La natura per eccellenza in tutto il suo splendore.
Nient’altro attira con tanta attenzione il mio sguardo. In loro mi rifletto illudendomi d’essere di nuovo innocente. Come quando da piccola correvo tra le gambe di mio padre per farmi prendere in braccio.
Il tempo m’ha rubato l’ingenuità, lasciandomi in eredità il peso mortale di scelte sbagliate. Ma è nella bellezza, che ogni giorno osservo tra le ferite della vita, che sento germogliare pensieri densi di speranza.
Verde è il mio sguardo, nel cuore non ho catene, l’anima è trasparente e il corpo mentale è integro. Non temo più il danno delle parole dette per ferire. Sono lontana, in un mondo pulito dove la solitudine non esiste, l’invidia è emarginata e io sono libera d’essere una persona semplice.
Non ho mai amato gli eccessi, le droghe, gli strepiti, l’alcol… nel mio campo gravitazionale, sin dalla mia venuta al mondo, lievita un sano equilibrio che profuma di buono.
Sono solo troppo stanca, lo ammetto. Annegare negli impegni quotidiani da lunghi anni, metterebbe a dura prova chiunque, ma i miei occhi sono rimasti limpidi, la voce è pacata e sorridere è ancora un automatismo senza forzature.
Oggi so cosa significa essere roccia. Mi guardo i piedi e rido al ricordo di quando sprofondavo nelle sabbie mobili. Senza saperlo credevo d’esser felice.
Esistono sogni e illusioni che non si possono rifare nemmeno se chiudi gli occhi. Una volta liberata puoi fuggire il più possibile vicino alla vera bellezza; è in quel frangente che impari a parlare con i cani e ti trovi in lacrime al cospetto della forza degli anziani.
Come ieri, tre anni fa restavo orfana di un genitore. La mia radice padre è stata recisa e non mi è stato più possibile essere me stessa. Quando si sopravvive al dolore, si cambia. Io sono letteralmente trasformata. Per chi non mi ha compresa, non fa nulla.
La verità è che sono solo migliore.
(nell’immagine mia figlia Sofia a 5 anni con Neve 6 mesi)

inCHiodATa

DOLORE
Quando nei sogni notturni, ritornano come ombre a creare ansia i rapporti d’amore andati a male, significa che il dolore è più grande della consapevolezza d’esser guariti e la tristezza è il substrato trasparente che riveste il nostro sorriso. Le ferite prima o poi smetteranno di far male? Esiste un limite alla sensibilità? Anche quando siamo certi di star bene, basta un cambio di stagione per ricordarci che siamo in molti ad avere un chiodo arrugginito piantato nel cuore.

Visioni oniriche

papà

Ti ho sognato. Sei tornato a trovarmi. Ti stavo aspettando dal 18 marzo 2012, l’ultima volta che mi sei apparso e per lunghi minuti hai tenuto la tua grande mano sulla mia testa.

“Un terremoto stava facendo crollare Barcellona ed io, come ogni qualvolta cado in sogni ove attorno a me tutto viene demolito tranne le persone che amo, correvo alla ricerca di mia figlia. La sapevo chiusa in una Torre, ospite ad una festa di compleanno, ma non potevo liberarla: l’ascensore era fuori uso e la tromba delle scale era svanita. Piangendo avvilita, perché temevo d’averla perduta, un’amica mi ha aiutata ad attraversare la grande piazza. Mentre vedevo gli infissi dei palazzi staccarsi come foglie, le persiane ed intere pareti crollare sotto la spinta di un’onda tettonica dalla profondità catastrofica, da una strada sterrata, apparentemente indenne dal grande danno, sento chiamarmi a gran voce proprio da mia figlia e suo padre. Impossibile da credere, ma eravamo salvi. Dovevamo correre all’aeroporto per rientrare in Italia. Mio marito portava un carretto di legno carico di bagagli, abiti, sedie, attrezzi e bottiglie, strumenti musicali. Sembrava reduce dalla prima guerra mondiale. Logoro ed invecchiato, aveva una gamba rotta. Durante il trasferimento alla ricerca dell’aeroporto, mi accorgo che il carro di legno con tutte le nostre cose materiali è sparito. Chiedo in prestito una bicicletta ad un pescatore, ma nonostante vedo aprirsi l’asfalto sotto le ruote non demordo: pedalo e scarto veloce le buche finché giungo innanzi alla grande Torre dove, poco prima, stava rinchiusa mia figlia. Staziono qualche istante cercando con lo sguardo di ritrovare i nostri oggetti, ma abbandono subito l’idea di recuperare il carretto di legno senza tener conto del grande dolore emotivo che sento. Con uno sforzo titanico, a causa delle scosse telluriche, ritorno dalla mia famiglia: la Torre ha un’altezza chilometrica ed ha iniziato ad oscillare pericolosamente, se cade rischio di rimanere sotterrata nello schianto. Corro, corro, corro, corro, corro, corro, corro e senza fiato mi ritrovo all’Auditorium di Coccaglio. E’ il 4 ottobre 2014, a minuti va in scena la presentazione-concerto per la quale sto lavorando da mesi. La platea è gremita. Io sono improvvisamente tranquilla. Fasciata nel mio lungo abito di seta nero con generosa scollatura, guardo il pubblico e sorrido. I musicisti chiudono il primo atto con un passaggio di Verdi: “Addio del passato”, ma inaspettatamente, quando il giornalista mi deve intervistare, la maggior parte dei presenti lascia la sala. Non sono venuti per me. Sono delusa ed imbarazzata. I miei collaboratori, per arginare la situazione, decidono in pochi istanti di far salire sul palco i pochi ospiti rimasti, per organizzare un’intima tavola rotonda che potesse dissolvere quel senso del nulla di un parterre repentinamente svuotato. E’ stato in quel momento che sei apparso. Avanzavi fragile dal corridoio centrale dell’Auditorium nei tuoi chiari calzoni estivi, con la camicia azzurro oxford che indossavi sempre quando dovevamo festeggiare qualche ricorrenza. Hai fatto i pochi gradini che separavano l’uditorio dal palcoscenico in modo tremante, ma eri tu. Alto e magro. Come ti ricordo. Come ti ho visto l’ultima volta. Ti sei seduto senza dirmi niente. Volevi ascoltare la presentazione del mio ultimo libro, quello che ho pubblicato subito dopo la tua morte, quello che ti ho dedicato, quello che non hai potuto leggere perché il mal di testa non ti dava tregua, quello che non avrei mai più voluto diventasse un’opera destinata al grande pubblico, se la mia agente non mi avesse presa per i capelli e portata a forza dal mio editore a Catania. Io e te soli, in un Auditorium che mai ci ha incontrati prima”. Ho dovuto vivere un terremoto emotivo per riaverti nei miei sogni, padre mio. E col tuo ritorno è mutata completamente la mia sensibilità: finalmente piango. Finalmente è crollata la Torre. Finalmente ho perso il carretto con tutte le cose vecchie. Finalmente il reflusso gastroesofageo sembra tornare indietro e come un miracolo sto all’improvviso meglio. Da quando un uomo mi ha detto che ho il cuore chiuso, ho visto e sentito cose che nemmeno gli umani… Gli ho risposto piccata che il mio cuore è troppo grande per restare sprangato ancora così a lungo. Non terranno i perni.

Manca poco e sono libera, papà. Devo raccontarti i miei ultimi due anni di vita e per poterlo fare devo avere le ali. Devo riprendere il volo che ho interrotto con la tua dipartita.

Ho compreso il tuo sottile ricatto, sai? Vieni nei miei sogni solo quando mi sai quieta ed io, pur di vederti, farò di tutto per arginare la turbolenza che agita le mie notti e fa di me un’anima perennemente tormentata.

Paura di chiudere gli occhi

La metà di quel che sento fa nera la notte di un secolo. Ho il cuore che batte in un punto del petto, mentre il suo ritmo risuona in fondo ad un pozzo nero.  Sono una marea di acque scure ed orsi che mi rincorrono… questi sogni.  D’aver paura a chiudere gli occhi.