… la comprensione

smack

Non sapevo immaginarmi con te, finché un giorno mi hai detto che non avresti mai smesso d’aspettarmi.

Son trascorsi molti inverni prima che iniziassi ad avvicinarmi a piccoli passi. Quel tuo profumo di limone confondeva le mie percezioni; non sapevo cosa fare. Non volevo illuderti, ma nello stato in cui stavo non potevo vederti.

Avevo il cuore bendato, l’anima lesa, la pelle un campo di battaglia, l’olfatto intasato e le mani protese altrove in un ultimo perenne danno verso la mia dignità.

Quel pomeriggio che siamo incespicati in un bacio al contrario e ti ho sentito dentro, ho creduto di non essere io. Lentamente mi stavi conducendo verso un porto sicuro chiamato –rinascita-.

Ed io, che credevo d’esser sbagliata, ho dovuto convincermi di non esserlo mai stata. Mi hai obbligata a guardarmi allo specchio sussurrandomi che le mie imperfezioni erano solo fili d’oro e argento, i miei difetti… diamanti rari.

Chi ti ama veramente non ci pensa proprio di volerti cambiare… pensa ad amarti e basta.

Dedicato

amore perso

Da pochi giorni mi sei apparso in sogno col tuo giaccone blu della Marina Militare e mi hai chiesto scusa. Eri giovane come allora e nella mano sinistra avevi il mio carillon.

Se l’innamoramento ha mille profumi, il tuo esser vissuto ha un unico odore. Quello che ho tatuato sulle palpebre degli occhi… sin dal primo pomeriggio che abbiam parlato d’amore.

La mia bocca, che vagamente ricorda quel tuo intenso sapore di mandarino, non ha fame di cose da dire. Muta… respiro l’aria e provo a scriverti una risposta, ma è presto per farti riaffiorare. Brucia ancora la gola.

Quattro anni fa, con quel violento gesto inaspettato, mi hai inesorabilmente graffiato il fiato.

Anche se le stagioni migliori mi son costate care, ti ricordo sempre con i bagliori dell’anima e il coraggio che la vita mi ha regalato. Amavo quel tuo sapermi sfiorare piano, quel non lasciarmi far niente. Quello sguardo innocente che cercava pace nella mia innocua, irrequieta vita.  E se sorridevo, era perché ti rivedevo bambino a casa di tua nonna a stringer mani rugose… per la paura di scorgere i topi attraversare la cucina.

Non temevi le sfortune perché sapevi d’esser celato tra lacrime scrostate e tutte quelle cose che mai avresti cercato. Per te il “nonsense” non aveva né forma né ragione. Sapendo che i rami perdono le foglie ad ogni cambio di stagione, non avrei dovuto lasciarti sfiorire in nessun altro luogo che non fossero le mie braccia. Ma avevo smesso d’amarti, contagiata dal tuo deserto razionale.

L’amore della gioventù porta con sé vaghi ricordi, eppure il calco del tuo volto mi è rimasto impresso nel sangue. Quel profilo mediterraneo, molto intimo e poco mondano. Saprei disegnarlo a mani nude, sulla sabbia fine e calda del mare che amavi guardare dal basso delle tue già evidenti fragilità.

Il giorno che hai scelto di non esser più di questo mondo sono stata povera del nostro passato, nonostante il tuo incanto già vivesse tra i ricordi amari della fine. Degli anni che mi hai lasciata andar via sperando invano di vedermi ritornare.

La giovinezza dell’amore non aveva mai avuto bisogno di parole. Tu mi cercavi con gli occhi e nel tuo sguardo greve mi sconvolgevo. Se le farfalle, i fiori ed i motori sono stati i prolungamenti dei tuoi sogni, baciare le tue labbra è stato il mio primo vero, immenso e desiderato urlo di libertà.

Sono sempre stata terribilmente emotiva e ritardataria con te. Anche oggi non mi smentisco, ma sarebbe un riscatto se stanotte fosse l’ultimo Capodanno, quello datato 1985. Oggi saprei spiegarti perché non potevo più essere il tuo rifugio, invece di negarmi con un secco “no” che a distanza di un secolo risuona ancora come vuoto a perdere.

A te che mi hai insegnato a lottare per le cose che amo, auguro il giusto riposo del guerriero. Ovunque tu abbia scelto d’andare, stasera so che finalmente ti posso perdonare.

Un ultimo scorcio d’estate…

stefania diedolo

Scusate la latitanza delle ultime settimane, ma sono fuggita al mare fuori stagione.

Non stavo benissimo e, sapendo che gli imminenti impegni autunnali sarebbero stati pressanti, ho rubato alla quotidianità delle giornate solo per me. I pensieri mi consumano. Sofy ha iniziato il Liceo, è felice. Punto. Che sia una svolta e le problematiche legate alla dislessia possano come un miracolo recedere? Non credo proprio, non lo so, non voglio illudermi, non posso cadere ancora nel loop della questione. Come madre, ammetto d’esser molto provata per gli anni delle elementari e delle medie, con i conseguenti esami di fine giugno. Andando e vedendo sperimenterò, ma il mio scoramento è antico. Difficile sradicarlo. E’ simile ad un masso aguzzo conficcato perennemente nella schiena.

Il lavoro in azienda è in continua trasformazione. E’ uscito il nuovo modello di servizio. Non credo reggerò tutto questo bisogno di commerciale, di commerciale, di commerciale. Forte è la sensazione che si sia smarrito il cuore a furia di rincorrere budget e mission. Sono seriamente provata. Posso anche scrivere compromessa, stanca, deficitaria. Auspicherei ad un ritorno alle origini del sistema, ma temo non sarà possibile. La logica mi dice che faccio prima a licenziarmi.

Sono invece quasi pronta per una nuova stagione di parole, presentazioni letterarie e incontri. Tra 4 giorni ho una kermesse letterario-musicale all’Auditorium di Coccaglio in provincia di Brescia. Con me ci saranno tenori, soprani, pianoforte e violini, mentre il 20 ottobre prossimo presenterò i miei romanzi all’Associazione Alveare di Milano.  All’orizzonte sono apparsi nuovi contest: Lecce, Monza, Orzinuovi, con idee sempre nuove e serate emozionali. Mi aspetta ancora un inverno intenso.

Devo fare con calma, altrimenti mi perdo dentro le fatiche ed il cuore ritorna a battere stonato.

In vacanza ho salutato il mare, il sole ed i gabbiani. Ho calpestato la sabbia cercando dentro me spunti di riflessione, storie e avventure a cui dar vita. Il mio attuale sforzo letterario è ben indirizzato e potrebbe vedere la luce già nel 2015.

Ho fatto bagni in acque gelide per non sentire i dolori dell’anima. Mi sono sentita bene e mi sono sentita male. Come ogni qualvolta sto per iniziare un nuovo cammino, mi fanno male i piedi. Ma oggi, che ho capito cosa significa camminare scalza, cerco di non preoccuparmi continuamente di come giungerò a destinazione; se sarò impresentabile, inadeguata, insufficiente. Oggi voglio unicamente continuare questo memorabile viaggio dentro me stessa ed al fianco di coloro che hanno deciso di camminarmi vicina. Spero di non arrivare mai e che tutto continui a fluire come oggi.

Ininterrottamente dalla mia testa… alle dita esili sulla tastiera.

mare

Dimensione parallela

ACROBATA
Sono in fase creativa.
La mia vita scorre piano, attorniata da persone in carne ed ossa che spesso non mi rivolgono nemmeno la parola.
Che meraviglia sono i personaggi che abitano la mia testa?
Non mi lasciano un attimo.
E’ colpa loro se confondo il reale con l’irreale, il fisico con l’astratto.
Se ricerco la solitudine.
Se dormo con mille nomi sul cuscino.
Tutte le loro voci nella testa sono un circo.
L’ho sempre saputo di non essere una vera scrittrice.
Io sono solo un’acrobata.

Alle calende greche

Sono alle calende greche, puntellata ad un momento che non arriverà mai. E’ inutile aspettarmi. E’ stata una scelta: rinascere lontana. Da una posizione di vigilanza. Fuori dal cerchio dei tessuti stretti e delle corde orticanti chiamate sensi di colpa. Asserire che quaggiù la vita sia più trasparente è illusorio, nonostante il sorriso che mi incendia il viso ed il color verde dell’abito e dell’habitat a cui affido la mia bellezza interiore. 

stefania diedoloEppure tale luogo mi ha sgravato di qualche fardello divenuto un lenzuolo soffocante, mi ha reso le spalle meno austere e le scelte di vita più libere, individualistiche. Tenere in conto ininterrottamente delle urgenze altrui aveva accorciato pericolosamente la mia coperta. Fino a quando non si è strappata ho resistito, poi è diventato improbabile continuare a sostenere tutto quel gelo e me ne sono andata. Oggi sono in un luogo dove ognuno basta a se stesso e se ci si incrocia è solo perché ci si ama, un luogo dove gli obblighi sono mere convenzioni e vengono presi come tali, senza giudizi ed imposizioni di verosimili mutazioni. Sono in un frangente dove il calore e l’armonia sono gli aghi di una bilancia che gestisco solo io. Una bilancia ben posata ed in equilibrio. Sono ad kalendas graecas. Rimando al mittente ogni avanzata armata o disarmata. Non si marcia nella mia direzione per prendere. Ci si limita alla comunicazione. Al contatto. Ci si dona senza pretendere nulla in cambio, ma non si afferra più niente, non si tira, non si ordina, non si pretende. Il mai può divenire salvezza quando il sempre si è trasformato in abuso e ci si è accorti di aver perso tutto.  Non è troppo tardi per essere ciò che vogliamo essere. Io sto bene solo quando sono nuda innanzi a me. Alcune mattine faccio fatica a sopportare i miei abiti, figuriamoci se devo indossare ed annusare anche quelli degli altri. Se voglio continuare a sorridere è proprio il caso che io insista nell’osservazione a debita distanza. Circostanziando, l’emotività non domina e la mente impara a comprendere quando trattasi di pippa o di realtà. Alle calende greche non esistono seghe mentali e tutto appartiene ad una parola lunghissima: al mai.

Quell’attimo che precede la consapevolezza è stato come precipitare

timidezza

Credimi, non avevo capito niente. E’ stato solo nell’istante in cui ho percepito la tensione della tua voce che ho compreso che avresti potuto amarmi da sempre. Sin da quel primo viaggio casuale. Dove si ruppe il cambio. Dove si credeva di essere grandi. Guardo il calendario che segna il tempo passato e le memorie non tardano a farmi compagnia. Mi passavi accanto e non mi rendevo nemmeno conto di cos’eri e dove stavi andando. Vivevo la mia vita rotolando in strade di fango,  mentre tu scalavi le tue montagne irte di sassi aguzzi senza guardarmi mai. Due estranei conoscenti che si salutavano appena, forse due risate ogni tanto, uno sfioramento casuale al bar del biondo, un ciao un po’ più accennato, un passo lento per non arrivare dove avresti dovuto di nuovo dirmi:<<Ciao, a presto>>. Gli anni sono corsi via nelle nostre scarpe consunte a rincorrere la vita e mentre abbiamo cambiato jeans, moto ed appartamenti, i nostri visi hanno perso per strada colore, rimmel e risa. Così vicini e così distanti non lo potremo essere mai più. Eppure lo siamo stati sempre. Per tutta una lunghissima ed ormai consunta esistenza. Mi chiedo se lo sai che di nascosto osservavo quel tuo camminare deciso con le mani sprofondate nel piumino rosso. Con tutta quella stupida paura d’incrociare il tuo sguardo. Mi tremavano la voce, i denti, gli occhi, il collo della camicia, l’orlo dei calzoni. Troppo timida. Troppo stupita. Troppo giovane. Mi chiedo se lo sai che di nascosto ti cercavo tra la gente e dopo averti trovato tornavo indietro e mi nascondevo nei portoni dei palazzi. Il fiato corto, le mani sudate, quel calore tra le cosce che non andava via. Non andava mai via. Poi, senza preannuncio, quell’inclinazione nella tua voce, dopo tanti anni a perderci. Quel rimasuglio di volontà a nasconderci, è stato sorpreso da un fa stonato. Un’emozione indolente sfuggita al controllo rigido di chi si è negato da sempre. Non avevo capito niente. Non avevi capito niente. L’attimo che ha preceduto questa nuova consapevolezza è stato come precipitare. Volare. Sospendere il tempo, le frasi, il movimento circolare dei tuoi occhi a scavare i miei. Le bocche di nuovo serrate hanno poi trattenuto sorrisi imbarazzati. Che bella la tua voce stonata. <<Se sbandi ancora posso sbandare con te?>>. Te l’ho detto seria. Mi hai fissata immobile, non hai saputo bene cosa inventare. Io faccio i conti con le emozioni e guardo la luna piena. E’ stato bello aspettare. 

Il paese delle meraviglie

 

senza tempo

S’io fossi una fata,
ti porterei in un luogo segreto,
che non conosce passato o futuro,
ma solo l’istante.
Ti darei un bacio perpetuo
e non vivresti mai
nella tenebra dell’ aspettativa,
nel labirinto della paura.
Gli sciocchi,
considerano tale luogo
il paese delle meraviglie.
“È così facile,
in fondo,
confondere il desiderio

con il d e s t i n o”.
Io,
che sono poco più del nulla
rispetto alla moltitudine
ed all’infinito,
vivo di speranza.
Che nell’istante
si annidi la magia
del senza tempo.

Che ogni momento
possa essere un miracolo
d’eternità.

 

Desideri

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Le onde del lago erano più verdi del solito. Non capivo se la luce proveniente da ovest fosse responsabile di tali riflessi vitrei o se i miei occhiali da sole avessero semplicemente bisogno di una profonda pulizia. Guardavo lontanissimo da me e ti cercavo in prossimità dei moli, sui viali alberati, lungo la statale. Eppure la tua dolce figura non mi appariva mai.

Nonostante con la mente chiamassi ripetutamente il tuo nome, di te non mi arrivava nulla, né un battito di ciglia, una brezza col tuo odore o ancor meglio la sensazione indefinita della tua mano ad accarezzarmi piano la schiena.

Mi sei mancato. Più di tutto, più di tutte le cose che non ho e di quelle che mai avrò.

Ma… una notte d’agosto, osservando le barche attraccate a Tavernola, ti ho scorto appoggiato al muretto dei pescatori. Le mani strette a pugno sprofondate nelle tasche dei calzoni di lino grezzo, il ciuffo schiarito dal sole sugli occhi scuri, la polo militare.Ti ho visto quasi con certezza assoluta guardare verso me. In piedi, sul molo della Baia, ti salutavo con la mano… così…come si salutano i bambini piccoli.

<<Ciao Amore>>, pensavo.
E ti vedevo.
E ti amavo così tanto.

Mi sarebbe bastato veramente poco: un cenno con il mento, lo schiocco delle tue dita affusolate, un alito di voce sussurrante il mio nome, per gettarmi nel lago verde e vitreo. Vestita o nuda.Come un desiderio caldo, volevo che chiamavi il nome mio.  Come un bisogno profondo ed oscuro, desideravo far l’amore con te sul muretto dei pescatori.Nascosti tra reti e maglie di cotone, mi avresti aperto le gambe ed il cuore. Avremmo reso rosse le nuance della notte. Azzittito le cicale. Addormentato il battito dei nostri desideri più incontrollabili.

Invece siamo rimasti immobili così. Tutta la santa notte che sino all’alba mi ha resa vergine d’intenti. I tuoi occhi di brace hanno scaldato i miei freddi dell’anima fin quando, nella tenerezza di un sogno, sei ritornato sul fondo del mio muscolo primario a generare emozione.

Non vedo l’ora amore. Bramo affinchè venga quell’attimo di eterno in cui torneremo ad essere stretti tra le braccia, nei tessuti, a scambiarci sapori, umidità e dolori. Intrisi di quel senso di noi che sa così tanto di buono.
Che sa così tanto di me…dentro te.

da “Memorie di una donna, C.M” – Stefania Diedolo

Sogno di 1/4 d’EstaTE

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Eccomi,
mio tormento,
nuda
sotto
sopra
di fianco
a Te.
Ti darò milioni di baci
pur di sentirti dentro.
Tenere carezze
sul tuo delicato collo,
mentre tu…
corrisponderai acrobate
sin tanto a diluirti
nella mia identità.
Ti strizzerò i lobi,
lucenti di gemme diamantee
e girerò sul tuo ventre
fino a sballarmi di poesia.
Tu, mio mistero,

esistenza perfetta.
Tu,
che baci con ardore

la mia malinconia,
accarezzi delicatamente
i residui della mia gioventù.
Tu,

che sei l’origine
di questa nuova immensità.
Hai coscienza d’essere al centro
di questo strabiliante volo?
Tienimi stretta.
Suvvia.
Fammi viaggiare
sopra orgogli,
muri,
cieli bui,
paure,
limiti temporali.
Tienimi abbracciata al tuo corpo solido.

Fammi volare oltre la vita.
Oltre la notte,
le aquile,
i lampioni spenti,
le stelle cadenti.
Nuda,

apro queste mezze ali spezzate
e mi abbandono a te.
Non sono niente di niente,

ma sono tua.
Coltivami
come humus florido
e godi del mio corpo.
“Godi”, ti sussurro.
“Come non hai creduto
di saper fare mai.”
Piena di parole,
sono oggi,

in questo istante preciso,
accanto a questo ramo di glicine:
parlo alla tua mente.

“Quando percorri la vita

lontano dal mio sguardo
non dimenticarti mai del mio odore.
Non dimenticare mai
che cosa è stato,
la saliva,
che cosa è ,
il sapore,
che cosa sai,
la densità

che cosa c’è,

dentro te di me”.

sogno

p o e t i c a

sensualità

Sfiorami la pelle e portami rispetto.
Sono un frutto sempre maturo.
A tratti appeso, a tratti steso.
Un lenzuolo di seta di panna.
Un alcova fresca e nuova.

Parlami del tempo che non va più via.
Nel buio della notte buia sussurrami che sono tua.
Sotto di te ritorno a casa.
Sei un viaggio lento e lunghissimo.
Tra i tuoi capelli ritrovo l’aria smarrita.
Le chiavi del cuore, una nuova vita.

Toccami piano e portami dei frutti,
una margherita.
Sotto, la pelle, è sempre liscia.
A tratti ferita, a tratti ricucita.
La tua coperta di lana calda per l’inverno.
Acqua di sorgente se ardi di sete.

Cantami le nostre canzoni amate.
Alla luce dell’alba urlami che non vivi senza me.
Sopra di te ritorno a casa.
Sei una sosta desiderata e felice.
Tra i miei capelli brilli come stelle.
Tra le dita sei un diamante nero.
Un sigillo vero.
Amato.
Sincero.