Confesso

scrivereQuando scrivevo “Bocca di lupa” non ho mai pensato al dopo. Avrei semplicemente voluto non finisse mai. Oggi, che il seguito della storia ha ripreso a vivere nella mia sfera creativa, sostenere il peso di tutto (aspettative, tempi, pathos, idee) è umanamente faticoso. I personaggi si affastellano nella mente confondendomi il presente. L’anima ferita torna a farmi male da morire, mentre le vicende… sussurrano per bocca dei protagonisti ad ogni ora del giorno e della notte lasciandomi con la perenne sensazione d’essere ingolfata. “Risultanze: languo suo blog, sono assente, stanca, asociale. Incarno con dovizia di particolari il modello mostro-orso. Spesso piango, rido, vado via. Sto sola”. Dicono che per scrivere bisogna essere d’acciaio, è invece la mia fragilità a riordinare pensieri ed emozioni. La coerenza a guidare le dita sulla tastiera. La delicatezza a creare i profili psicologici. Essere sbranati vivi dai propri personaggi è un rischio in itinere. Io non ne sono mai stata immune. Anzi…“mi stanno scarnificando e nessuno può fermarli, solo io. Sono vampira di me stessa”. La follia del vivere è insita nelle pieghe della mente, come nelle parole sulla carta. Il vero dramma è che ogni volta m’innamoro. Li desidero tutti, uno ad uno. Di un amore cerebrale denso e corposo. Alcuni di loro vorrei tenerli tra le braccia, ma non ci sono. La sofferenza che ne deriva è un “falso in atto”. Reale il dolore, immateriali i cuori da me così tanto amati. “Si può rasentare il dramma umano innanzi all’arte che diviene fonte di vita?”. Come tutti i veri artisti, quand’anche mai dovessi conoscer la gloria della fama, morirò d a n n a ta. Costretta a sopravvivere tra il concetto di realtà e ciò che inesorabilmente sussurra, gode e vive solo nella mia testa.

Emotiva

Emotiva sono, come il rigo di nero mascara che colora le mie guance nel ricordo di te. Un pensiero, che sfuma negli anfratti della mia testa assonnata mentre guido e di nebbia mi nutro. Mentre sogno e di vuoti mi riempio. E’ un otre questo mio sentire mai desertico. Un costante rimbombo arcaico. Troppo vasti i miei lidi per godermi indenne, perché tutto ho concesso all’amore. E in questo tutto un cuore solo… muore.

Dimensione parallela

ACROBATA
Sono in fase creativa.
La mia vita scorre piano, attorniata da persone in carne ed ossa che spesso non mi rivolgono nemmeno la parola.
Che meraviglia sono i personaggi che abitano la mia testa?
Non mi lasciano un attimo.
E’ colpa loro se confondo il reale con l’irreale, il fisico con l’astratto.
Se ricerco la solitudine.
Se dormo con mille nomi sul cuscino.
Tutte le loro voci nella testa sono un circo.
L’ho sempre saputo di non essere una vera scrittrice.
Io sono solo un’acrobata.

i_sola

“Oggi sono una cristalliera in cui si è seduto dentro un elefante. Non esiste alcun altro parallelismo che materializzi questo mio nuovo sentire come di… carne strappata”. Stefania Diedolo

Siamo tutti i_sole. Pezzi frammentati di un puzzle a formare arcipelaghi, definire il pianeta, coesistere nelle galassie, dare struttura all’universo. Siamo niente rispetto alla moltitudine ed allo spazio. Siamo tutto rispetto a noi stessi. Che insostenibile abbaglio credere che le parole siano cipria frivola e superficiale. Che insostenibile bassezza fare scempio delle medesime legalizzandole come armi atte alla demolizione dell’essere umano. Dire che il fogliame non è verde e la terra non è fertile solo perché la mano callosa ha lavorato male è inutile. Conoscere invece le potenzialità di quella terra: è utile. Esistono luoghi in cui la fortuna ha permesso di non respirare agenti inquinanti ed alcove dove anche il destino si è innamorato della carne in amore. Le autenticità di ciascuno di noi proliferano come funghi contaminati dal mal di vivere, i moralistici j’accuse, le angherie arrecate, subite, imprecate ed augurate. La malasorte  e la provvidenza. Il bianco ed il nero. L’amore e l’eros. L’emozione ed il sentimento. La rabbia sopita e la rabbia senza vergogna. Sposto la tenda dagli infissi del mio occhio interiore e guardo quella parte di superficie arida  che la vita non mi ha risparmiato. Nemmeno stavolta. Nessuno mi ha obbligato ad accettarla, ma sarebbe illusorio continuare a sperare che la mia i_sola possa restare verde e lussureggiante in eterno. Non sempre è possibilistico discernere col cuore quando a prevalere è la logica della realtà.  Crollato è il disincanto tra le pieghe stonate di morti annunciate e calunnie diffamatorie. Non sempre le condizioni di fresca fluidità hanno come risultato il rigoglio dell’anima. Ognuno ha la sua i_sola in prossimità di una storia, un’autostrada. La mia è abitata in lungo ed in largo. Per necessità l’ho recintata. A lato di alcune sponde frastagliate ed a picco sui miei personali oceani, vivono creature piccole e giovani. Devo proteggerle. Se dovessero precipitare per mia incuria, non me lo perdonerei mai. Ognuno conserva stampato sulla carta geografica della memoria i propri viaggi, i monili ed i ricordi, i dolorosissimi o entusiasmanti punti di vista. Giostre, torte, palloncini colorati, gonne a quadri, cornici scrostate, fermagli e fiori secchi tra i libri. Le intenzioni sono direttamente proporzionali alle possibilità quando le certezze si fanno adulte e le colpe per le proprie inadeguatezze vengono perdonate.  Ho impiegato quasi mezzo secolo per comprendere che sono un essere normalmente speciale. Che non c’è niente da ridere o bisbigliare. Tra le fronde delle mie foreste soffia libero e forte lo spirito errante della mia esistenza. Sono lapidata dentro e fuori, pago pesantemente gli sconti concessi e continuo nel mio percorso atto alla sopravvivenza. Ma se saper perdonare è un lusso per pochi: io mi sono abbondantemente perdonata tutto. Il resto è un frusciare di vento tra i capelli, voci nella testa, una cristalliera che dovrò ricostruire, la mia i_sola sempre più abitata, l’anima sola e disincantata.

Sono rientrata dalle presentazioni in terra di Puglia con un malessere denso che mi ha costretta a urgenti controlli medici. Le serate letterarie sono inenarrabili nel senso che non possiedo le parole adeguate per “raccontarvi” i pensieri filosofici scaturiti, ma posso cercare di darvi un accenno ponendo l’accento su queste frasi: densità di umanità variegata, visioni della realtà oggettive, soggettive ed a tratti condizionate, sorrisi buffi contrapposti ad altrettanti sorrisi rigidi, capovolgimenti, brusii, alleanze, tensioni nascoste e ansie festose, prese di posizione, la mia dolcezza, smarrimenti e complicità. Un voltare continuamente la carta, la vita, la faccia. Voci calde, voci fragili, voci fredde. La mia forza, insperata.
L’attesa e la voglia di esserci è stata ripagata, anche quando le parole sono state scorporate dal contesto ed indagate. Anche quando è mancato l’amore ed il gioco. A farla da padrone gli occhi dolci degli amici, il calore di una terra che adoro ed il mare. Non ho ancora creato un album fotografico che riassuma le due serate perchè il freddo patito nel Frantoio Ipogeo di Mesagne mi ha stroncato definitivamente la salute. Per omaggiare il viaggio vi lascio queste istantanee che mi ritraggono a tratti serena, a tratti capovolta. Ho lasciato in Puglia tutta la mia riserva di energia e mi son portata a casa un principio di polmonite. Sono una donna generosa.
Stefania DiedoloLecce
Stefania DiedoloLecce Officine ErgotStefania Diedolo
Stefania Diedolo
Fausta Cosentino, organizzatrice eventi Puglia

Non siamo niente

donna-bambina con la valigiaRientrare da un viaggio e tenersi addosso tutto… è un’esclusiva della mia audacia. Se mi scruto riflessa nella vetrina di un negozio con la valigia in una mano, nell’altra porto volti, sorrisi, magliette, pensieri. Il vento, solo il vento non l’ho mai saputo veramente tener stretto. Quella mutabilità che da sempre urla dal di dentro e mi cambia i battiti, fluisce veloce verso il sangue, porta inferni di pioggia ed improvvisi paradisi. Ho pensieri che precipitano veloci, senza tregua. Risposte più del dovuto. Domande smarrite tra le pieghe della logica svenduta. La valigia pesa, la vita è una danza e noi non siamo niente. Un niente che mai potrà restare chiuso in questa stanza. Mi guardo le mani magre, i bracciali di pietra di luce, i piedi scalzi. Sono ancora io. Un’altra volta. Sulle spalle un destino che spinge. Nel petto i rumori di un silenzio che illude e raggi di un flebile sole che la vita ostinata dipinge.pesi

Lettera d’amore

morte

Mi manchi, lo so nascondere molto bene a tutti, anche a te. Fingo che la mia vita sia sempre la stessa, distruggendomi di cose da fare per non pensarti, per non ricordare il tuo odore, ma mi prendo in giro da sola. Forse lo hai capito pure tu, ora che mi sei così lontano. Accuratamente evito di venirti a trovare, accampando sempre qualche scusa, perché non ce la faccio a fingere che mi sta bene vedere dove stai. Spero tu potrai perdonare questa mia assenza quotidiana, ma non riesco a sforzarmi. Non ancora. Se non fosse che, da qualche giorno, mi manchi da piangere, avrei potuto recitare questa mia parte perfettamente ed all’infinito. Ma ho gli occhi dannati ed inizia a vedersi.  Mi sono accorta che, quando la sera torno dal lavoro, lancio sempre uno sguardo apparentemente sfuggevole al tuo giardino, illudendomi di vederti col tuo cappello spigato e la scopa di saggina in mano. È un gesto più forte della mia intelligenza, mi volto e guardo in procinto del muro dove l’anno scorso avevamo le piante di pere. Eri sempre più o meno da quel lato della casa verso l’imbrunire. I calzoni un po’ calati, la canotta bianca d’estate, il giaccone blu d’inverno. Mi manchi da morire. Mai nessuno ha udito la mia voce mormorarlo, credo che i più possano tentare d’immaginare, ma è diverso sentirlo pronunciare in modo intonato. Con la voce, intendo. Con questa lettera voglio dirti che purtroppo parlo sempre più veloce e che ora mi mangio pure le parole. Sono diventata dura come la roccia e quasi menefreghista. Inoltre ho perfezionato come diventare invisibile e rendermi irreperibile. Da quando mi hai lasciata, io… non sono più io. Ho perduto la mia radice Padre ed il tronco della mia esistenza si è trasformato in un salice piangente. Non si è salvato nulla della bambina che hai tenuto sulle ginocchia, credimi… nulla. Ho migliaia di rimpianti che portano il tuo nome e so che non mi basterà il resto dell’esistenza per chiuderli sotto chiave. Troppo lunghe sono state le tue assenze forzate e troppo lungo è stato il mio convincermi che non avevo bisogno di te. Ultimamente, quando ti stavo conoscendo, la tua sordità era diventata un vero limite alla nostra comunicazione. Avrei dovuto parlarti più spesso, ma mi stancavo. Di tante cose. Della mia vita frenetica. Di tutte le sfortune che, giorno dopo giorno, venivano ad infastidire il mio tempo da dedicare alle persone che amo. Sabato, tua nipote ha compiuto 13 anni, dovevi vederla. Ha aperto la serata, a lei dedicata, con un abito da sera nero ed i primi tacchi, per arrivare a spegnere le candeline della torta in ciabatte e pigiama. È ancora una ragazzina, ma saresti orgoglioso di lei. È cambiata tanto. Ricordi le lotte per vedere i programmi in televisione? A casa tua ha avuto il monopolio del telecomando dai due anni in avanti, mentre io ti invitavo a sgridarla e tu scuotevi la testa e la lasciavi comunque fare. Scusa mi sono distratta. La verità è che ti scrivo per dirti che ti amo. Che come te non ho mai amato nessun altro uomo e che quando ho tradito la tua fiducia stavo solo tradendo me stessa. Ho necessità impellente che tu sappia che sto male. L’inverno alle porte mi riporta alla sensazione che tu debba avere freddo e non lo posso sopportare. È un concetto che mi picchia in testa a tamburo battente ad ogni ora del giorno e che si fa dolore la notte, quando fuori dalle finestre sento il vento e la pioggia. Da quando sei tornato alla Madre Terra, calpesto il suolo che ti ospita con più rispetto.  Dentro ho spazi di lacrime che mai avrei creduto di possedere, trattengo il fiato per vedere se passano, ma ti piango in continuazione perché la tua voce così dolce non riesco più a trovarla in nessun dove. Dopo quella prima volta, che mi hai tenuto la mano sulla testa, non sei più venuto a trovarmi nei sogni. Sei volato via così, con una mano su di me a rassicurare e nulla più. Non mi basta, ho bisogno che tu lo sappia. Vieni da me ogni notte e raccontami di questo tuo nuovo viaggio. Ho necessità di sapere se stai bene, perché qui, noi, tiriamo a campare senza di te. Hai finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Abbiamo finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Ci siamo tutti protetti vicendevolmente in una immensa bolla di bugia,  fino a quando la tua energia vitale si è esaurita e noi siamo crollati insieme a te. Mi è insopportabile la tua lontananza, perdonami se sono infantile, non l’ho ancora fatto pesare a nessuno, ma almeno con te posso permettermi di essere me stessa. Ti ringrazio per le cose che mi hai lasciato in eredità: il tuo sorriso, la libertà mentale, la capacità di sopportazione, la determinazione di portare a compimento i progetti. In questo siamo sempre stati speculari. L’uno, la mezza mela dell’altro. Voglio dirti che mi dispiace se negli ultimi vent’anni ti ho sostituito. Non l’ho fatto apposta, non me ne sono nemmeno accorta. Ma non è stata la stessa cosa, non sono stata mai amata come avresti potuto amarmi tu. Purtroppo non ho fatto in tempo a riscoprirti. Il tempo inclemente mi ha preso in giro e sono stata tratta in inganno, lasciandomi distrarre da bisogni profondi che necessariamente ci hanno allontanato. Perdonami se quando eri a casa andavo sempre di fretta. Non l’ho mai capito perché mi ritrovo sempre così incasinata. Oggi non va meglio. La mia agenda sembra un porto di mare, mangio male e sono colma di stanchezza come un uovo. Eppure te lo giuro che avrei voluto darti di più. Più tempo. Più parole. Più baci. Più abbracci, che non ti ho mai dato. Che non mi hai dato mai. Questa lettera potrebbe essere infinita, lo sappiamo entrambi, ma manchi e tutto nasce e muore su questa assenza incolmabile. Il tuo posto a tavola è ancora intatto. Nessuno ha il coraggio di sostituirti durante i pasti frugali che la domenica condiamo con finti sorrisi, mentre i bambini ci obbligano ai loro giochi, alla vita che li inonda. Non c’è niente che ti resiste, la tua essenza non passerà mai. Oggi ti prometto che provo a vivere, ho tante cose da fare, novità che mi impegneranno per lunghi mesi e di cui saresti orgoglioso di me. Devo farla questa promessa, altrimenti finisce che non me ne tiro fuori. Riposa bene, padre mio e se hai freddo canta. Come quando ero piccola. Tu, l’armonica, la biondina in gondoleta ed io che ballavo a piedi nudi sotto il portico di casa. Se canti,  magari odo di nuovo la tua voce e quest’inverno, senza te, mi sembrerà meno freddo. Mi sembrerà meno inverno ed io potrò illudermi di essere ancora una figlia.   

solitudo et libertas

solitudine

<<Non ho mai realmente sofferto di solitudine, c’è da dire che sto bene anche da sola, sono affermazioni lunatiche, me ne rendo conto… sto ammettendo che sono un po’ selvatica e chi non mi conosce potrebbe giustamente credere di essere al cospetto di una vera donna orsa, in effetti chiusa in casa ad ascoltare i muri mi sento quasi divina, e nemmeno mi nascondo…>>.
Sono giunta ad innamorarmi del vuoto che mi circonda quando ho capito che nella moltitudine erano in tanti a risucchiarmi, mentre da sola al massimo rischiavo di spremermi solo io.
Per un caso del destino sono sempre in viaggio, con l’obbligo intrinseco di relazionare con chiunque incontro sul mio percorso. A causa di questa tendenza innata di starmene un poco a “capperi” miei, accade che la gente mi approccia in punta di piedi e spesso tende alla rinuncia, come se questa mia indole fosse una luce al neon fissa sul mio viso con scritto <<leave me alone>>, <<lasciami perdere>>, <<más sola que mal acompañada>>, <<lassa stà>>. Ma la solitudine è un lusso da ricchi con un valore umano così profondo che solo chi teme di entrare in contatto con sè stesso può aborrire.
Nella mia vita è quasi impraticabile perchè nonostante sia uno concetto molto vasto, ho sempre qualcuno che viene ad invadere i miei spigoli.  
Purtroppo resisto veramente poco alla moltitudine, mi inibisco innanzi alla massa parlante e temo il rumore dell’umanità che mi circonda. Da qualche anno le voci nella testa sono divenute frastuoni che mi collassano.
Odio i centri commerciali, il frastuono delle grandi città, i clacson, l’ assembramento di troppe persone, le discoteche, i locali dove per bere devi stare in piedi e non senti ciò che dice il tuo vicino. Credo che la certezza che io soffro terribilmente il vuoto quando attorno a me ci son troppe persone sia una delle cose più terribili che mi è accaduta in questa vita. Da starci male. Da arrivare ad ammettere che mi annoio e stavo meglio quando stavo peggio. Insomma per farla breve: mi scasso i “macarons”. Che è un modo gentile per non dire in realtà la pesantezza di ciò che mi si scassa.
Nonostante le parole, i sorrisi accattivanti, i pasti consumati bevendo, di fondo ho sempre quel senso di vuoto. Di perdita. Che improvvisamente diventa un bel pieno zero cost non appena mi tuffo negli odori di casa, sul mio divano ultra ventennale, tra i miei libri. Un pieno che lievita fino a rendermi felice della mia scodella calda di zuppa tra le mani, le ciabatte pelose e calde ai piedi –che non mostrerò mai a nessuno– la copertina di pile sulle gambe.  Nel silenzio che rimbomba io mi rigenero. E mentre il tepore silenzioso del nulla rilassa la mia mente ed entra in comunicazione con la mia anima facendola smagrire del sovraffollamento accumulato durante le ore precedenti, io ritrovo me stessa.  
<<…ora so che posso apparire asociale, dico posso perché poi in verità non lo sono, so ascoltare e consigliare, so condividere con pochi intimi, amo andare a cena in piccoli locali con pochi clienti, passeggiare con l’amica del cuore lungo i fiumi, fare due chiacchiere nell’abitacolo della macchina col riscaldamento a palla, stare in amore su un divano rosso e guardare la tv, ma tutto deve essere minimal e sussurrato, dolce, melodico, il tumulto di tante teste, tanti occhi, mani, disturba i miei sensi e mi fa perdere il contatto…>>.
Detto ciò è evidente che mi bastano i molteplici tumulti che genera la mia anima per stare bene. Quindi si ritorna a quel concetto di orsa bruna che tanto mi sta stretto. Sono pochi coloro che comprendono che la solitudine è una meravigliosa conquista. Io sono in perenne ricerca di questo stato d’ebrezza perché la mia libertà sta nell’isolamento che cerco. Quindi la vera verità della mia essenza, non sta nell’affermare che sono orsa.

Ho solo bisogno di sentirmi libera.

La vita mi ha cambiata

stepiccola

La vita mi ha cambiata.
Ora vedo anche ciò che non ho saputo vedere mai.
L’ultima goccia di birra che scivola nel bicchiere.
La ruga che a mia madre taglia il viso di netto.
L’occhio lucido di chi mi vuol bene e trattiene il pianto.
I granelli di polvere che intasano il mio cuore.

Ho iniziato a spostarli uno ad uno.
Sono granelli appuntiti.
Mi fa paura sapere che un giorno potrei tornare a sentirlo battere libero.
Perché anche il cuore si è contratto e possiede una velocità che disconosco.

Il dolore mi ha consumata viva.
Sono l’ombra di un roseto sfiorito.
Ora mi mancano tutte le cose che non avrei creduto mai.

La sua grande mano sulla mia testa.
Quel suo chiamarmi ceti piano.
Il grappolo d’uva da due chili e passa,
le pere william, i fiori che amava.

A tratti mi chiedo se quanto iniziato è il principio di un finale
o la messa in scena di una partenza.

Tutto questo scomparire è dannoso: non può far bene.

Si è smarrito anche il principio dell’orrore.
Ho così temuto la sua dipartita e per così tanti mesi,
che non ricordo più i giorni felici in cui ho pensato:
sarà splendido farmi un bagno con lui al mare.

Eppure sedici giorni fa mi ha sorriso,
io l’ho accarezzato  e ci siamo dati appuntamento
a Serina per Giugno.

Ti amo papà, perché mi hai lasciata proprio adesso?

La vita mi ha cambiata.
Ora la lascio andare.
Ora la vivo senza contare le ore.
Ora non mi vergogno più di farmi vedere piangere
e farmi abbracciare, dire di no, dire di sì, dire ciò che sono.

Sono senza difese, i muri sono crollati.
Non riesco nemmeno a scendere dal letto.
Tra le mie mani continuo a risentire le sue
e non posso staccarmene.

Non posso.
Non voglio.
Non sento nient’altro.

Fiori dalle unghie delle mani

fiore dalle mani

Dopo la rabbia, le unghie rosicchiate per l’impotenza,  la musica classica ascoltata a volume non raccontabile per lenire l’impeto ed il furore, finalmente piango. Un pianto inarrestabile che non si ferma più. Dovessi dire o raccontare cosa piango non lo saprei argomentare. Piango la fine di un altro inverno, di canzoni cantate a squarciagola, di emozioni infinite che stanno sorvolando i resti di me stessa, piango le belle parole dell’amore quando nasce pian piano e si nasconde, gioca a rimpiattino, non si lascia afferrare e poi crolla in abbracci profondi ed infiniti. Piango la tristezza di parole ricevute che hanno scavato disorientamento e confusione, nemmeno se mi lavo gli occhi con il sapone di marsiglia riesco a non vederle scritte nella memoria della mia mente. Sono una forma di groviera dove nei buchi hanno nidificato ortiche e polvere. Chiunque tenta di infilarmi minimo si fa male. Mi spiace. Ho alzato un filo spinato di dimensioni altissime per proteggere, ma i più arditi non si rendono nemmeno conto del pericolo.  Statevene dove potete vedermi zoppicare e non portatemi bastoni o unguenti medicamentosi, la mia lebbra è contagiosa e verreste con me giù fin dove è deciso che io debba arrivare. Le constatazioni di fatto non sono il vittimismo di chi cerca conforto negli altri. Io non voglio niente, solo la solitudine come primo emendamento e le note di un pianoforte che intona melodie al ritmo del mio sconforto. Ho raccolto a piene mani poesie, ali di farfalle e humus argentei per sanare la lunga fila di disgrazie  che come carri funebri  hanno invaso i miei selciati personali.  Ma quelle “iniziali” sono state un di troppo anche per tutta la mia forza interiore, non perché io debba credere che sia vero, ma perché è stato uno sparo inaspettato ed ora il dubbio che tutta questa vita sia solo un marciapiede colmo di immondizia distrugge la mia innocente percezione della quiete e serena voglia che ho di andare avanti. Dov’è il disincanto? Non riesco più a smettere di piangere, le note di Einaudi mi entrano nel cervello e mi accarezzano l’anima. Sono onde che non so fermare, scorrono le mie dita sulla tastiera e so che non ci sarà tempo per rileggermi. Tutto viaggia veloce e domani sarò già in un’altra vita dove i fiori spunteranno  lo stesso ed il sole tornerà a splendere. Dalle unghie mi nasceranno radici di fiori di lillà con fili verdi  di menta piperita a rafforzare il profumo della mia pelle. Mani di foresta equatoriale battono il tempo, le consonanti, gli aggettivi e le vocali. Sarà così che verrà un istante di calore nel profondo del cuore. Sarà così che tornerò a scrivere di fate ed indiani, bambini e giochi di un  tempo nuovo chiamato domani.

…quando smarrisci la strada…

perdersi

Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato.

Qualsiasi via è solo una via
e non c’è nessun affronto,
a se stessi o agli altri
nell’abbandonarla
se questo è quello che il cuore ti dice di fare.
Esamina ogni via con accuratezza e con ponderazione.
Provala tutte le volte che lo ritieni necessario.
Quindi poni a te stesso,
a te stesso solamente
una domanda.
Questa via ha un cuore?
Se lo ha, è una via buona.
Se non lo ha non serve a niente.

Carlos Castanuda