Lettera alle *persone

*persone: esseri umani in quanto tali, senza distinzione di sesso, età e condizione.
E’ raro incontrarvi sorridenti e sentirmi dire:<<Ciao!>>.
Ogni volta che accade alzo gli occhi e corrispondo con lo sguardo innocente di chi ancora si stupisce della buona educazione. È un evento talmente saltuario che sin da piccola ho imparato a difendermi dalle risposte non ricevute, preferendo il silenzio ai saluti gettati al vento.
Credo sia complicato per voi credere che sono timida. Eppure è una mia caratteristica predominante. Cammino tenendo la testa bassa perché ho estremo pudore d’esser quella che sono; mi vedete le mani sprofondate nei piumini d’inverno e nei blue-jeans d’estate, perché dovete sapere che se le tengo nascoste evito di gesticolare. Da anni mi sono obbligata al controllo per evitare di camminare saltellando sulle punte dei piedi e quando non sono connessa è solo perché vivo nei mondi perduti dei miei pensieri.
Pochissimi di voi sono a conoscenza del perché parlo spudoratamente in fretta: prima termino di asserire e prima ritorno silenziosa da dove sono arrivata per allenarmi a sentire.
Quando son nervosa o stanca mi perseguitano miriadi di tic nervosi. Da bambina il neuropsichiatra disse a mamma che ero  troppo intelligente, io credo abbia confuso il termine e intendesse dire emotivo-delicato-nervoso-sensibile, ma voi non potete immaginarlo. Sapete solo riderne.
Poi accade che m’incontrate al supermercato. Anche se sembro distratta, vi scorgo sussurrare a bassa voce nella mia direzione. Pensate non abbia occhi per vedere e orecchie per sentire? Tutto ciò premesso e assodato che non son fessa,  vi informo che dopo avervi recepiti mi domando se state criticando il mio abbigliamento trendy, il portamento a prima vista altero, il mio nome e tutto ciò che rappresenta o se invece vorreste davvero conoscermi (*scatto d’illusione*).
Perché allora quando mi avvicino  vi arrampicate dentro gli scaffali dandomi di spalle? Nascondete la vostra “bassezza” tra salse di pomodoro acide come il vostro cuore e mi costringete a credere che allora è vero che stavate parlando male?
Essere azzurra, quando ho desiderato sin da bambina esser trasparente, non è mai stato un soddisfacimento. Ma talvolta accade… che qualcuno di voi mi sorprenda intuendo il mio colore naturale. L’istinto è sempre quello di fuggire, ma poi mi lascio andare. Di questa mia timidezza vi chiedo scusa, non ho mai imparato a controllare l’ascesa della lava emotiva.
Ogni tanto individuo i vostri visi conosciuti seduti ai tavolini dei bar, eppure faccio colazione sola, pranzo sola, prendo il caffè sola. Guido per lunghe ore sola, caccio i nodi dalla gola sempre sola.
Probabilmente non riuscireste a credere nemmeno se ve lo confesso che le mie amiche non riempiono le dita di una mano, che mi commuovo innanzi ai bambini, agli anziani e che amo i cani più degli umani.
Dite la verità, non avete pensato d’immaginare che sono una donna che ha sempre fatto fatica. Che nulla mi è stato regalato. Che da oltre ventotto anni mi sveglio tutti i giorni all’alba e dopo dodici ore di lavoro torno a casa per andare a dormire all’ora che molti di voi si preparano per uscire.
Che son talmente emotiva d’aver avuto bisogno di psicoterapia. Che per imparare a difendermi son stata costretta ad erigere attorno al mio carattere la fotocopia del muro che gli stronzi hanno in dotazione senza combattere.
Non potete sapere che quando decido di raggiungere un traguardo non chiedo aiuto a nessuno e organizzo nel dettaglio il mio viaggio solitario. Che per vivere son dovuta prima sopravvivere. Che se mi taglio un polso esce sangue vero, che se sputate al mio passare sanguino senza lasciarlo vedere.
Questa lettera è la riflessione amara di una donna che conosce l’amore.
Vale per me che l’ho scritta con questo cuore. Per voi che mi leggete e fate di sì con la testa, perché vi specchiate nella mia esistenza e pensate che anche per la vostra è perfetta.
Per te che ti senti colpito a muso duro e per il fastidio ovviamente ti brucia il culo. Per tutti coloro che come me soffrono la moltitudine, motivo principe per cui rinasciamo solo nella solitudine.
Essere in tanti avrebbe dovuto rappresentare un privilegio: il vantaggio di conoscerci per migliorarci e istruirci vicendevolmente senza spregio. Le anime belle che invece si rivelano non si contano sulle dita, mentre di feccia faccia da scoregge ne ho trovate talmente tante… da avanzarne anche per la prossima vita.

…plurale, femminile…

donne

Chi ha creduto fossimo d’acciaio, non ha mai visto le nostre anime nude. E forse per voi è stato un bene non sapere quanti tagli nascondeva la nostra faccia da sberle.

Vi abbiamo consapevolmente fornito l’alibi dell’assoluzione, liberandovi dalla responsabilità di doverci sostenere.
Si sa che specchiarsi nell’incredibile rafforza, garantendo un’illusione di stabilità.

Chi ha sperato fossimo un approdo, non ha mai visto le nostre radici arse. E anche questo è stato un bene. Mai avremmo risucchiato la vostra linfa per garantirci un futuro, per risanare le riserve del nostro humus.

Specchiarci nel vostro egoismo ha rafforzato il nostro amor proprio, convincendoci che mai avremmo voluto esservi simili, nel bene esattamente come nel male.

Chi ha creduto fossimo il festival delle belle parole, dei gozzovigli intrisi di sesso, alcol e mani tra le cosce, ha con stupore scoperto quanta spiritualità nutre la nostra essenza più vera.

Abbiamo spaccato il mondo per mostrarci come siamo realmente, ma abbiamo perso il conto delle volte che ci siamo fatte male solo per aver detto:<<Eccoci, queste siamo noi>>.

Chi ha creduto di vederci passeggiare sulle rive spoglie del nostro sopravvivervi, non ha saputo cogliere il respiro che ci consentiva di sopportare le male parole, i giudizi, gli inganni fatti di sputi in piatti poc’anzi divorati.

Non ha voluto cogliere nei disparati colori dei nostri occhi… il sogno, la prateria che ci invade dal di dentro, la grandezza di cuori che abbiamo dovuto preservare dalle onde lunghe di terremoti mai finiti.

E non dobbiamo più preoccuparci di chi non conosce la nostra storia, ma come l’ultimo dei gossip rurali stampa con cadenza giornaliera leggende metropolitane, favole sporche per l’umanità frustrata che ancora gode del male altrui.

Oggi conta chi siamo state e chi siamo, con chi vogliamo stare e di chi possiamo benissimo fare a meno. Il resto è merce di scambio per il popolino.

Non ci piegheremo mai ai ricatti. All’anonimato. Agli avulsi tentativi di dipingerci di altri colori. Già possediamo i nostri e sappiatelo: sono indelebili.

Non saremo mai oggetti da barattare in cambio di omertose minacce e giudizi velati di follia. Quand’anche finisse il mondo saremmo ancora e sempre noi stesse. Non cambieremo i nostri sguardi color trifoglio, glicine, fiordaliso, innanzi a vani e ridicoli tentativi d’incutere paura.

Quando da bambine si diventa donne, la lega di carbonio e ferro che ci palesa d’acciaio agli occhi dei ciechi arroganti, è l’unica salvezza concessaci dalla forza che generiamo… per ingannare la zizzania e salvare il capolavoro che vive in noi.

Buongiorno donne!

Ogni volta che guardandoci nello specchio diciamo a noi stesse:<<Ma chi me l’ha fatto fare!>>, ricordiamolo: siamo semplicemente uno spettacolo!

Un rito, una poesia, viaggi astrali. Per chi, come me, sa…

Qualche giorno fa scrivevo  Viaggio Astrale e concludevo affermando che “sto scrivendo un libro che chiuderà un cerchio”, perché già so che così sarà
Ora mi chiedo: per aprirne un altro? Siamo vortici? La vita è una spirale concentrica o un fluire verso l’esterno?

Prima di scivolare in elucubrazioni in cui intuisco possa non esser facile comprendermi, voglio anticipare che tutto è ricominciato o forse è meglio dire ritornato,  una notte di maggio di qualche anno fa. Ero in procinto di partire per Roma e l’oscurità era elettrica. Soffiava un vento da brividi mentre nell’animo mi nasceva una terribile paura del decollo. Questo fastidio non mi permetteva di prender sonno, così… per consolarmi, guardavo la luce dei lampioni filtrare dalle imposte sognando il viaggio che, da lì a poche ore, mi avrebbe condotta nella città più bella del mondo.  Erano finalmente giunti i giorni di riposo che desideravo da tempo. Una lunga malattia mi aveva costretta a letto per mesi ed ero provata, ma quella notte non ero solo affaticata, ero inquieta. Stava per accadere dell’altro. Non mi sentivo in pericolo, la staticità dell’aria sfregolava d’elettricità, finché un movimento distratto verso la porta d’ingresso della camera ha scatenato nel mio spazio fisico un delirio. Lo scrivo in grassetto, come flusso di coscienza. Narrarlo in modo ordinario e consueto mi creerebbe ancora preoccupazione:

“Un rito magico. Spezie e odori. Santità consacrate. Questo ci vorrebbe per cacciare il bambino che, nelle notti insonni, viene a rubarmi l’attimo. Regalarmi l’abbraccio soffocante che non desidero ricevere. Determinare l’immobilità delle membra che mi arreca crampi permanenti. Un rito a San Giorgio. Candele benedette. Unguenti e incensi. Preghiere cattoliche del Brasile. Il necessario per riportare il bambino dentro il suo Quadro Astrale. Levarmi il suo fiato dal viso. Quel suo insistente e lamentoso chiamarmi <<…mamma…>> con voce da oltretomba. E non posso più dormire, tornare in quella camera, spolverare l’antico armadio fine ‘800 da cui escono giochi, canzoncine infantili, farfalle e palloni bucati. Io che ho sempre sofferto la solitudine non sono più sola. Lento e leggero  gattona sul mio letto vivendo in simbiosi col mio presente. Un bambino maschio, piccolo, razza caucasica, smarrito tra le pareti di una camera da letto che ho voluto con tutta me stessa. Accogliente e calda. E vorrei riavvolgere il nastro di questa vita a quando non ero, a quando non avevo la capacità di sentire. A quando non amavo. Poi arriva il risveglio e con le prime luci del giorno il bambino perduto trova il suo sonno, mentre io trascino in giro per il mondo le mie nuove consapevolezze condite da notti bianche come l’aurora.

Sono io il catalizzatore?

Il cerchio magico?

Il volo dell’Angelo?

Come vorrei fingere fosse solo un girotondo, la bella lavanderina, madamadorè. Come vorrei poter tornare alla prima versione di me stessa, quando avevo paura d’andare a dormire solo perché mamma spegneva la luce”.

Ma facciamo un salto nel passato. Prima ho utilizzato il verbo ritornato.  Da pochissimi mesi ho recuperato la memoria dei miei primi dieci anni di vita. Mi riferisco a ciò che accadeva tra il 1968 ed il  1978.  Avevo sei anni quando all’improvviso non volli più dormire al buio! Ero certa che nella mia camera colma di bambole vivessero bambini che mi spiavano. Razionalizzando gli episodi fatico a rivivere l’emotività di quei momenti, ma ricordo perfettamente dove si nascondevano, le loro sembianze fisiche e quell’insistente scrutarmi che sembrava così tanto un giudizio. Mi atterrivano. Venivano ogni notte nonostante cambiassi continuamente disposizione ai poster, al mappamondo, alle sedie, ai pierrot. Ricordo con grande dovizia di particolari quel periodo. La paura che dominava la mia mente costrinse mia madre, dopo mesi di spicciola psicologia famigliare, a portarmi un sabato mattina umido di pioggia da uno specialista. Aveva i capelli rossi come una carota ed era un uomo di una bruttezza mai più incontrata. Dopo aver speso centomila lire di visita,  il medico affermò che ero solo troppo intelligente (una frase per me senza senso che mi restò impressa come un marchio per lunghissimi anni e che ancora oggi mi chiarisce quanto la scienza medica sia lontana da ciò che non si può toccare con le mani), di lasciarmi raccontare ciò che vedevo e di rassicurarmi che chiunque mi stesse spiando non mi avrebbe mai fatto del male. E così fu. Non venni uccisa, morsa o violentata. Tanto meno rapita, picchiata o derubata. Nessuno di loro mi rivolse la parola e quando decisi che quel banale osservarmi in silenzio m’aveva definitivamente stancata, li cacciai in malo modo iniziando a dormire al buio, ma con la testa avvolta in morbide felpe con cappuccio. Avevo compreso che ero io a trattenerli nel mio mondo fisico. Loro non mi avrebbero mai fatto del male.

In seguito capii, osservando la mia anima ferita, che solo gli esseri umani possedevano la forza di arrecarmi dolore; a confronto, le presunte molestie di quelle giovani entità sfumavano come rugiada nel chiarore  del mattino.

Tornando al senso di questo mio lungo circumnavigare il mistero della nostra esistenza: darei molto per sapere in quanti siamo tra materia ed energia ancorata al fisico.

Quante volte “sono stata” prima di quest’epoca? Quando ero solo energia e lo spazio-tempo non esisteva, perché se dicevo voglio andare alla Hawai già ero lì, anch’io “insistevo” nella dimensione terrena e sperimentavo i viventi? Se è vero che l’Universo opera per noi e non contro di noi, come dobbiamo interpretare i fatti della vita che comunemente definiamo “disgrazie”? Si guarisce attraversando il dolore? Perché impariamo ad amarci troppo tardi invece d’iniziare a farlo sin da bambini? E’ un limite culturale e religioso o la nostra società deve completamente rivedere l’approccio sistemico al reale, agli avvenimenti, alle dinamiche dei fatti?  Perché mi son dovuta massacrare prima di capire che alcune strade che mi ostinavo a percorrere non erano le mie? Perché ho permesso d’esser infangata, derisa, manipolata prima di reagire. Perché sin da piccola ho lasciato che fossero gli altri a suggerirmi le strade da percorrere?

Oggi sono una donna arresa al fato. Ho detto no alla tortura, alla follia. Anche quando le scorgo agghindate nelle loro vestigia migliori, insisto nell’ascoltare la mia pancia che urla:<<Fermati, stai morendo dannata>>. Da mesi sono saldata a fuoco in scarponi d’acciaio per non cadere a testa in giù e senza vergogna ammetto che soffro la paura di passeggiare nell’ignoto. Fa parte del mio destino aver bisogno di certezze o semplicemente vado nella direzione da sempre prestabilita? Cosa devo imparare in questa vita senza pace, densa di conflitti internazionali ad ogni livello: economico, psicologico e sociale? La spina nel fianco che accompagna il mio vivere in senso metaforico e non, è un riflesso di ciò che debbo apprendere per trovare quiete o semplicemente è un processo automatico di allarme?

Mille sono le domande che insisto nel porgermi. Eppure oggi sono così diversa.

L’ho intuito: che solo quando la mia mente capirà le cause di tutto ciò che è capitato e sta accadendo alla mia personalità, il perché dei miei atteggiamenti e di quelli altrui, vedrò finalmente chiaro.

L’ho accettato: che se fino ad oggi la causa delle mie afflizioni  è stato l’attaccamento morboso al ricordo delle esperienze sbagliate, fin quando non vedrò a cosa sono attaccata e cosa ha prodotto, non potrò mai iniziare il distacco.

L’ho visto con i miei occhi: che  nulla è solo come appare.

Schiacciata tra sensi e razionalità, affogo in una vita dove lo scandire del tempo non è più legato all’orologio, ma alla mia nuova presa di coscienza che non siamo mai stati soli, né qui… né altrove.

Noi non vediamo le cose nel modo in cui sono. Le vediamo nel modo in cui siamo (Talmud)

La fine

la fine

Nulla è più sintomatico di una resa.

“In conclusione si infranse l’argine
e proruppe tutto ciò che
tenni intrappolato per paura.
Gli itinerari si sdoppiarono
e per forza sacra scorsi il mio.
Nello sforzo scomodo di essere altro
da ciò che fui in origine,
mancai di rispetto a me stessa.
Perdonarmi fu naturale.
Dimenticarlo sarà inverosimile”
.

Un’epoca fa,
nacqui astro inconfutabile,
mi accontentavano la luce ed il calore
che partorivo indipendente.
Oggi sono un’essenza disattivata.
Il chiarore della facciata
è il dozzinale riflesso
di quanto ho incenerito: l’innocenza.
Di quanto non ho potuto sabotare
edificassero: lapidi illuminate di sensi di colpa.
Di quanto ho disperso lasciando
il timone in mani insicure: l’orientamento.
Amare troppo smarrisce l’anima.
E’ la mia imperfezione a rendere
umana la basica logica che mi svela.
L’ansia che brucia le cellule adipose
si riflette nella mia magrezza.
Sintomo di un male oscuro
con un nome maledetto.
Che non posso declamare.
Rivelare.
Scongiurare.

Inaugurare una resa
diventa un luogo di avvio.
Mi accoccolo per non scivolare in retro.
Ora che so piangere per me stessa,
mi è concesso provare ad amarmi?

Bonsoir stronzesse, je suis désorienté…

stronza

Possiedo la capacità congenita di fare diecimila cose simultaneamente. Non lo scrivo per vantarmene, anzi. Lo scrivo perché,  quella che in origine sembrava una condizione naturale, ormai è divenuto un modus vivendi che mi deprime. Da qualche settimana sono più confusa del solito. L’agenda straborda, le telefonate si susseguono a ritmi insopportabili, non riesco ad evadere le consegne di lavoro e gli impegni sono sempre più pressanti. Il lavoro nobilita l’uomo fintanto che è umano, quando inizia a divenire incalzante in modo animale, c’è qualcosa che non va. In passato, ho frequentemente coperto la mia naturale indole malinconica colmando ogni spazio con attività più o meno impegnative. Se da un lato tale propensione mi fu utile per mantenermi sveglia e vitale, dall’altro lato ha accumulato in me sufficiente esperienza da trasformarmi in un vero e proprio generatore di efficienza. Dico… in passato, perché ora non è più così. Oggi viaggio sul filo del rasoio e fatico a normalizzare una vita che è divenuta una perpetua rincorsa. Inutile insistere, mi sono arresa alla realtà: sono un essere umano. Non che prima non lo sapessi, ma è evidente che, nel mio desiderio di seguire tutto nel minimo dettaglio, ho esageratamente trascurato i miei limiti, concedendomi il privilegio di credermi insostituibile. E’ ovviamente stata una pessima idea, che detto in parole povere significa esser stata stolta, quasi superba. Me lo dico da sola, senza esser eccessivamente severa con me stessa, ma con quel pizzico di onestà intellettuale che non dovrebbe mai mancare a nessuno.
Un bel giorno d’autunno delle scorse settimane ho notato che, se a casa non sono presente, improvvisamente tutti sono perfettamente autonomi. A partire dai minori fino a quelli che la maggiore età l’hanno superata da mezzo secolo. Per una casualità temporale, ho altresì constatato che, se in ufficio sono assente, i colleghi dimostrano di avere il dono dell’attesa e le pretese si tramutano in cose che si possono risolvere anche molto dopo l’attimo fuggente.
Quando ero giovane pensavo che la vita meritasse attenzione ed impegno in ogni ambito, pur essendo stancante proporsi in tal modo continuativamente. Ero convinta che le cose non mi fossero dovute, ma che la conquista me le facesse meritare. Che è sempre meglio non lamentarsi troppo, non recriminare, evitare le discussioni sterili. Ma da qualche mese, complice il comportamento di taluni soggetti, ho intuito che forse era giunta l’ora di lasciarmi andare, che ogni tanto un vaffa ben assestato ritempra l’anima (la Litizzetto dice che “ci sono cose nella vita che si risolvono solo con un vaffanculo” ed io una come lei me la sposerei), che mi merito un sacco di cose, anche senza dovermi necessariamente arrampicare sulle vette con i tacchi a spillo per godermele e che ho diritto di fare solo ciò che condivido. Detto questo, affinché fosse chiaro alla moltitudine che mi circonda che non sono Robocop in gonnella a pois e non devo giustificare ogni mia mancanza,  ho deciso di calarmi nel ruolo della neo stronza confusa. Confusa, perché l’etichetta della brava persona che mi porto manifesta sulla faccia… è una truffa colossale. Un marchio indelebile che mi ha rovinato la  vita come una cicatrice rugosa sulla fronte. Se nasci testa di cammello la vita è più facile. Sei cammelluto e la gente da te si aspetta comunque il peggio. Si prodiga in complimenti quando dai il minimo e te la fa passare liscia, quando fai lo stronzo, con la scusa che sei irrecuperabile. Al contrario, essere per bene… ti obbliga ad una vita impalata tra doveri e responsabilità. Una vera e propria palma d’oro conficcata dove ben sapete immaginare. Lavorare su me stessa per divenire una bad girl, una cattiva ragazza, non mi è semplice da digerire, ma ci sto provando con discreti risultati. Sto apprendendo l’arte dell’essere stronza e confusa. bad girlStronza al venticinque percento, confusa per tutto il resto della mia poliedrica personalità. D’altronde, non saprei immaginarmi più fetente di quello che sto cercando d’essere. Non sono abituata a dire di no. A non rispondere al telefono. A sforzarmi di pensare esclusivamente ai miei bisogni e fare principalmente le cose che mi fanno stare bene. Ad ignorare chi, in un modo o nell’altro, pretende la mia costante attenzione. Ad ogni modo, nonostante la mia reticenza e mi scocci anche ammetterlo, da quando uso il termine vaffa a casa mi prestano attenzione e mi portano più rispetto. Mia madre mi sorride sempre, mi chiede come sto e non invade più i miei spazi personali. Gli amici che non erano amici, si sono letteralmente volatilizzati con mia immensa soddisfazione. Chi mi ama ha continuato ad amarmi. Chi decide di pestarmi i piedi, ci pensa qualche istante in più e poi ultimamente cambia rotta. Sono, mio malgrado, costretta a dire che lo stronzo è un vincente, mentre il buono merita la beatificazione e la vita eterna solo dopo la sua dipartita. Caspita, ma fa veramente così schifo il mondo degli umani…? Parrebbe tutto così reale… la questione non nobilita e non rende felice. Esser stronza e confusa, per me, è il minimo del minimo, ma chi nasce testina e riesce ad esserlo per tutta la vita, si rende conto di perpetrarlo e si piace così o ambisce ad essere una brava persona? Al loro cospetto io mi sento comunque un idiota, perché nonostante i miei sforzi godo sempre a metà. La gente non nasce stronza, ma lo diventa dopo aver dato tutto e ricevuto niente. Gregory House (Hugh Laurie), in Dr. House – Medical Division, 2004/12. Sarà vero? Gli stronzi sono esseri adulti dotati di un grande fascino, ecco perché prima o poi tutti ce ne ritroviamo qualcuno tra le palle. Ma io, che tipo di donna sto diventando? Per gli uomini che incontro sulla mia strada è facile rispondere: non gliela do e questo basta per far di me una stronza patentata. Ed allora: bonsoir stronzesse! Je suis désorienté… necessito di lezioni immediate e senza riserve.  Ormai mi è tutto chiaro, signora si nasce, ma stronza si diventa.

Il dispiacere

dispiacere 3Da quando il dispiacere si è tatuato sul mio cuore, ho compreso che la vita va vissuta così com’è, senza troppe aspettative e programmi a lungo termine. Il rischio, se non avessi sentito almeno con la testa questa mia umana difficoltà di adattamento alla realtà, sarebbe stato quello di una vita vissuta tra nevrosi, psicosi e depressioni. Le Madri Puttane del dispiacere sono di genere cerebrale, sanno come alimentarlo e spesso come farlo vivere in anticipo rispetto ai fatti che ancora devono compiersi. Taluni pensano di affogare i propri dolori nell’alcol senza rendersi conto che  non sanno nuotare. Parlo dei dispiaceri. E’ quindi inutile affogarli nei superalcolici. La loro eliminazione non passa dalla distruzione dell’ umano che li ospita, ma dall’energia che impieghiamo per  far sì che diventino m a t u r i t à. dispiacere infanzia

Non ho voglia di portare nessuno ad esempio, tranne mia figlia:
<<Come va a scuola, amore?>>.
<<Quand’è che arriva il Natale?>>.
<<Scusa, ma la scuola ha aperto i battenti da meno di una settimana e tu già mi chiedi quand’è Natale? Sei scema?>>.
<<A scuola i miei compagni di classe sono dei vandali maleducati, mi viene l’ansia solo a vederli, sono dispiaciuta a dirlo, ma vivo in una situazione di disagio e devo perennemente fingere che non me la prendo quando mi insultano, sgambettano, ricattano, usano quotidianamente>>.
<<Se non sono evoluti in tre estati significa che sono irrecuperabili, me ne dispiaccio enormemente, ma io credo che tu possa trarre da questa esperienza più di uno spunto di riflessione affinchè ti possa rendere più forte innanzi alle difficoltà della vita>>.
<<Ma quale riflessione del flauto? Mamma mi cambi sezione?>>.
<<Hai gli esami quest’anno e poi te lo giuro… non li vedi più, tieni duro! Non credo che nelle altre sezioni la buona educazione sia stata distribuita in modo più equo>>.
<<Quindi, che devo fare?>>.
<<Non lasciare che abbiano la meglio sulla tua emotività, non infelicitarti per la loro scemenza, sono un branco, puoi scegliere di ignorarli o di sfidarli, ma la tua forza sta nella maturità, che nella sofferenza di questo triennio scolastico avrai certamente rafforzato, nel comprendere che valgono talmente poco da non meritare nemmeno la tua innata gentilezza>>.
<<Cioè?>>
<<Mandali a c a g a r e>>.
<<Maaammmma, se lo faccio vanno a dirlo ai professori>>.
<<Potresti raccontare pure tu… ciò che ti fanno, magari trovereste un compromesso>>.
<<Ma io non sono una spia>>.
<<Ok, non lo sei. Allora ti arrangerai da sola usando la lingua che possiedi non solo per leccare il gelato, ma anche per tagliare il ferro quando merita d’essere colpito come un fendente. Quindi rispondendo alle loro provocazioni a tono. Mi sono spiegata? Vedrai che l’indolenza, il dolore ed i dispiaceri che ti attanagliano, si libereranno e diverranno forza. Tanta forza. Anche quella che ora non credi di possedere>>.
<<Mamma tu non li conosci>>.
<<E’ vero, ma conosco te>>.
Ognuno di noi vive quotidianamente dispiaceri di diversa entità e natura, c’è gente che viene licenziata senza motivo, chi si vede rubare ufficio e scrivania dall’ultimo arrivato perché è il nipote del Presidente, chi cerca un lavoro disperatamente e trova solo porte chiuse, chi è costretto a mettere in liquidazione la propria azienda e licenziare ottanta dipendenti perché le banche hanno revocato loro le concessioni di credito, chi si sente una nullità perché nonostante gli sforzi non riesce mai a concretizzare nulla, chi ha perso l’amore della sua vita, chi ha seppellito un figlio.

Dolores. A palate. Como la mierda.dispiacere donna

Il mio dolore non è sradicabile. E’ fisso e ci facciamo compagnia. So come governarlo e da qualche tempo non prende più il sopravvento sulla conduzione della mia vita. L’ho addomesticato. Nel contempo mi riscopro ogni giorno più abile. Ogni settimana più grande. Ogni mese che passa meno illusa. Sì, perché se le grandi aspettative sono il preludio delle più grandi delusioni e quindi dei più profondi dispiaceri, l’unico modo per non inciampare costantemente è tentare di vivere in modo lieve giorno dopo giorno.
<<Mamma, comunque me ne frego dei miei compagni, non preoccuparti. Oggi il mio più grande dispiacere non è frequentare la 3E, ma non poter essere qualcun altro>>.
<<Ah sì? E chi vorresti essere scusami? Giusto per saperlo,non per dire…>>.
<<Io da grande voglio fare il Presidente del Consiglio. Peccato non esserlo fin da ora>>.

Temo di avere un problema e sono certa che finirà tutto in peggio prima che io me ne accorga. Carpe Diem, Diedolo.

Pennellate di vita

libera

Da qualche settimana sto ritornando a galla e nuove gemme stanno spuntando nei rami recisi della mia anima.
Ho chiuso in una scatola di legno tutti i ricordi drammatici del mio passato ed ho rispolverato la capacità che possiedo di sorridere.
Era troppo tempo che non sapevo più divertirmi.
Ora riesco a farlo quasi in ogni circostanza e non intendo lasciare nulla al caso.

Il sole primaverile riaccende la mia proverbiale voglia di viaggiare.
Un piacere mai sopito.
Un’urgenza lecita, mai compresa da chi mi vorrebbe stanziale.

Non sono stati attimi semplici.
Saturno contro e dolori come laghi abissali mi hanno tormentata per lunghissimi mesi… ma anche gli alberi, pur se piantati assieme, crescono in modo individuale ed i loro rami a tratti si intersecano, a tratti sono molto distanti.

Come me.

Sono allungata verso un cielo indefinito, ma che mi ha restituito la libertà di essere me stessa.
E’ stato un processo irreversibile, non calcolato o prevedibile.

Sono sconcertata da sola.

Le trasformazioni sono il movimento della storia, non conosco dimensione che sia stata identicamente tale per tutta la vita e di certo io non potevo continuare ad entrare in conflitto con me stessa per salvaguardare gli altri.

Vado dove mi portano le suole delle scarpe.
O forse dovrei scrivere il motore del cuore.
In verità io vado proprio dove mi porta via la testa.
E’ lei che genera la mia energia positiva e che decide sempre cosa voglio, come, quando e perché.

La spiegazione potrebbe essere una sola: il mio cervello dev’ essere composto da battiti cardiaci e la corteccia cerebrale un evidente prolungamento dell’anima che pulsa.

Tutta la mia vitalità sta lì: nell’encefalo.

Lunedì scorso ero al Forum di Assago ad ascoltare i Modà.
Ha ragione Kekko quando canta:

“…come un pittore,
farò in modo di arrivare dritto al cuore
con la forza del colore”.

Ho bisogno di una marea di pennelli nuovi. Sto andando via, ma proprio via. Nella testa sta finalmente ritornando il bagliore dell’arcobaleno e non posso perdermi una sola sfumatura.

Un tutto così intero, che mi ha strappata

 onbed

Fatica.
Sfinimento da rigetto. 
Troppe sentenze.
Troppo di tutto.

Un tutto così intero, che mi ha strappata. Di conseguenza non parlo più. 

Mi siedo nell’erba del giardino di mio padre e lo rivedo potare le rose, raccogliere le pesche.

Devo ritrovare un minimo di silenzio, un adeguato momento che sia così individuale da riuscire a convincere gli altri che non esisto. 

Gli altri. 
Chi sono gli altri? 

Le formiche roditrici allentano la presa ai danni della mia testa e sigillo i miei occhi. 
Sciolgo tutto. 
Ho finalmente gettato la spugna. 

Le mani, le idee, i pensieri vagabondi, le calze, gli sfinteri.
Il mio sangue è andato in acqua, il presente può anche andare in merde per quanto poco mi concerne. 

Sapete che m’importa di chi parla e non conosce, di chi sputa sui fiori colorati fingendo sia gramigna e mangia i cadaveri a colazione?
M’importa tanto quanto una bazzecola. 

Dopo questo troppo di tutto: non vedo, non sento e non parlo più. 

Sono il buco più piccolo dello scolapasta d’acciaio di mia suocera.
Sono la cimice più verde e più lenta del pianeta. 
Sono un’ inezia fatta donna perché sono scassata di solfe, lagne, lamentele e tristezze!
Di conseguenza facciamo che sia un …basta, un fine, stop, alt, chiuso.

Rotta di palle, d’orecchie, di occhi e di cuore.
Basto ed avanzo per i collezionisti di ossa .

Non facciamo calcoli.
Non investiamo soldi.
Non viviamo in attesa.
Facciamo come se io scomparissi.

Siccome sono una che proprio non è nessuno, non posso urtarvi, ledere i sentimenti, alterare il vostro stato umorale. Passandomi accanto andate oltre, non guardatemi: vorrei esser trasparente.

Il residuato bellico di uno scontro tra lombrichi. Le unghie dei piedi tagliate e gettate nel water. L’acqua sozza di quella pozzanghera perenne dietro casa. Un meteorite spento. Un buco nero. Il cespuglio nano sempreverde ed insignificante del parco Tarenzi. Quello che d’estate puzza di cacca. Sì, proprio di cacca. Anche i bambini lo sanno. 

Che diamine vi aspettate da una caccola?

Perché investire tempo a chiedere e cercar risposte.
Non c’è più il tempo delle domande e non esiste più nemmeno il tempo delle mele rosse come risposte. 

La donna che aveva il potere di influenzare gli umori altrui. La donna del meteo mentale… non esiste.

L’ho sempre detto sin da piccola che Bernacca era mio zio. Sono stata l’imbarazzo sottile di mia madre che smentiva di continuo dicendo che avevo molta fantasia. Comincio a credere che, nonostante la giovane età, avevo già capito tutto della vita.

Essere il fulcro delle considerazioni altrui è una fottutissima fregatura.
Molto meglio interpretare la potenza.
Ancor meglio la resistenza.

Se resisto e nessuno si accorge che son rimasta viva, magari mi lasciano risorgere?
Se resisto e sopravvivo alle pressioni, magari ritorno ad essere normale?
Se resisto e mangio tanto, forse la smetto di dimagrire?

Ieri sera, per fregare la bilancia, ho mangiato un intero uovo di Pasqua di mia figlia. Gusto stracciatella.
Era dannatamente stracciato, ma fondamentalmente buono… un pò come me…

Pelle di donna

pelle di donna

 

Ho cambiato pelle. Mi adatto alle nuove visioni oggettive come un camaleonte educato. Non sento né amarezza né innocenza. Non sento confusione, voci o richiami. Non provo proprio più niente. Solo la miseria. Cammino scalza su chiodi roventi ed arrugginiti, ma vivo tranquilla. Non mi turbano più di tanto  le contraddizioni, riescono giusto ad attraversarmi le orecchie ed andare oltre. Molto lontano da me.

La mia pelle è ritornata ad esser morbida e liscia com’è sempre stata. Compatta e lucente. Protetta ed idratata, con i dovuti schermi naturali, sembra aver riconquistato il mio corpo magro che una volta pareva un’autostrada. Oggi nello specchio il mio pallore riflette con più grazia i rami di un salice piangente, ma stavolta predomina la gracilità. Non devo essere bellissima per forza, posso sentirmi affascinante anche efebica.

Un tempo ho vissuto senza pelle. Esposta ai raggi solari, alle belle parole, agli osanna ed alle maledizioni, sono riuscita a scarnificarmi fino alle ossa.

Oggi le cicatrici sono rosse, ma rimarginate. Se le sfioro con i pensieri non mi fanno più sussultare Le ho curate bene. I condilomi sono inesistenti. Le osservo sempre, apparentemente un po’ distratta e consapevole della loro esistenza, ma sono finalmente domate. Addomesticate. Mute. Hanno solo accorciato l’estensione elastica e normale della mia curiosità perché presentano aderenze profonde e purtroppo non eliminabili. 

Ho modificato la mia pelle per me stessa, per chi non ha mai smesso di aver bisogno di me e per chi ha iniziato ad averne senza nemmeno saperlo.

Ho dipinto la mia pelle per lui, perché non potevo più fingere che stavo bene quando il suo lento morire si rifletteva nei miei occhi stonati, da ubriaca, senza aver toccato liquidi o cibo per giorni e giorni.

Ho stirato questa mia nuovissima pelle e non ci sto dentro ancora comodissima, ma in alcune zone del corpo è come la seta.

Non sono più un divano sgualcito e sfondato.
Oggi sono un chesterfield di pelle due posti capitonè color cielo.
E’ molto confortevole saperlo.

Coraggio di neve

neve

Il ghiaccio di queste ultime giornate ha reso il paesaggio che mi circonda lunare. Mi è molto simile… per quanto son pallida e quieta. Disincantata.  Esco a piedi. Il marciapiede adiacente la villa è bianco e luminoso. I rami e le foglie della siepe d’alloro sono  ricoperti di una morbida coltre di nevischio gelido. Respiro forte, fino a sentire gli aghi nei polmoni.

<<È freddo secco>>, mi dico. Quello che sveglia da qualsiasi torpore e impone di accelerare il passo, giusto per non morire assiderata. Meno dieci e non sentire fastidio. Non mi è accaduto mai.

Forse perché siamo alla stessa temperatura, io e la natura.

Mormoriamo gli stessi silenzi e sorridiamo anche senza alcun raggio di sole.

E come un miracolo: mi ritrovo col cuore caldo che batte.

Abbasso il cappello di lana più forte sulla testa e mi stringo tra le braccia. Sento il gelo bucare gli occhi della mente eppur son viva. Cammino veloce. Non mi urtano le luci dei balconi. La strada è vuota di sogni ed illusioni. Poi, per un istante, giusto il micron di un tempo incalcolabile… ho vibrato.

Quasi da confondermi con tutto questo gelo.

Senza curarmi delle tasche vuote, dei bottoni che cadono e dei baci smarriti per strada, ho sentito la felicità che passando… mi ha lasciato un buffo sulle guance. 

Solo quando sei una sopravvissuta puoi imparare ad essere felice di niente.

Coraggio o imprudenza? 

<<Cade la neve ed io non capisco che sento davvero, mi arrendo…. ogni riferimento è andato via>>.