Perchè ti nascondi?

stefania diedolo

Mi nascondo dentro i libri perché ho urgenza di insegnamenti che facciano bene. Di consigli che facciano male. Devo ignorare il mio nome ed essere il nome di tutti per poter narrare di come la realtà sia scivolata dalla commedia al dramma. Non sarà difficile moltiplicarmi, sono polivalente e mio malgrado popolata da molteplici entità.

Gli inganni consumati dal potere sono tele di ragno, specchi infranti… riflessi di un’umanità ferita. Sbigottite son le parole che ci potrebbero salvare. Nel perduto senso dell’amore, accumulo come una calamita futuristiche scomuniche, l’esito di ciò che è andato a marcire, la melma di egocentrismo smisurato che incombe sulla società, la depressione misera di nobiltà di chi si suicida, la crudeltà di coloro che vanno in giro con le mani imbrattate di sangue.

Siamo un condensato di improperi, coraggio e slealtà. Siamo l’inquinamento acustico dei mezzi di comunicazione svenduti, l’asfalto di città color catrame ventilate alla diossina.

Mi nascondo. Quando non saprete più dove cercarmi, sarò quel foglio di carta stropicciato zeppo di idee rimasto per sbaglio dentro uno qualsiasi dei libri che avete in casa. Mi basta la coscienza, non voglio scivolare negli inferi abitati dagli analfabeti dello spirito. Sillabare lo scempio compiuto ai danni del nostro esistere sarà un rito quotidiano. Come un abbecedario consunto, non posso dimenticare il tempo fuggito che mi ha resa felice.

Mi nascondo perché ho vergogna d’appartenere a questo secolo. Darei la creatività che mi anima per ritornare pergamena bianca da vergare di emozioni e amore. Soffro l’incostanza e l’incoerenza. Soffro. Sorrido per non piangere e mi chiudo in stanze piene di parole. I libri mi sussurrano del tempo passato ed io, consapevole della mia caducità, mi sostengo grazie a ciò che sono stata. Per ricordarmi che basterebbe poco per aprire una finestra sul mondo, mi alleno a mormorare un ti amo senza aspettative.

Ti amo.
Facciamoci del bene.
Ti amo.
Fammi l’amore.
Ti amo.
Tirami fuori dal buio.
Ti amo.
Una volta c’era una vita con troppa luce.
Ti amo.
Ci basterà essere umani?

#nonpertutti

Erotismo in bilico

Con te è sempre così: zero polvere, zero allergia, zero parole. Con  occhi neri catrame mi hai svestita e poi mandata via. Procedo a piedi scalzi sulla neve, ma non patisco il gelo. Accende la mia intelligenza quel tuo infiammarmi di consueto imbarazzo. Sei così garbatamente crudele nell’impacciata voglia che hai del mio corpo. Quale epoca dovrò attendere per provarti addosso come vento caldo scirocco? L’attesa è un rogo che incendia fuochi pirotecnici nella nostra inventiva, amor mio. Non sognavo d’andar via. No, che non gradivo. Quando il tuo sguardo mi parlerà nuovamente di bisogni dolcissimi e tornerai a nascondere le mani sul fondo di tasche blue jeans, conservami stretta tra fiori e smarrimenti. Se poi si darà il caso che m’amerainon sarà mai un vero peccare con dichiarazione d’intenti o nascondiglio obbligato negli anfratti impauriti del tuo genio. Tu, che argomenti con occhi ridenti e in ogni volteggio di espressioni urli che mi vuoi, non serbarmi a debita distanza. Se persiste il sospetto che potresti anche innamorarti, sopporteremo la finzione che non sarà un tiamo credibile, ma… quanto tempo ancora dovrò attendere per intraprendere l’ascesa? Insinuare le mie cosce morbide tra le tue, tenerti il viso attiguo alle mie labbra rosse, odorare il tuo profumo e leccarti  ogni afflizione? Per quanto tempo ancora devo mandare avanti le lancette dell’orologio, affinché questo alibi diventi amore? Foderati di coraggio e maestria, ti aspetto domani sotto il faggio del lungo viale, che l’oggi è ormai sepolto in cimiteri di erotismi in bilico e rivelazioni nascoste. Lo so che lo sai. Per quanto mi fai desiderare, nel tuo sguardo scuro mi son sorpresa a scorgere le maree azzurre del mio sconfinato bisogno d’amare.

…riflessi…

abbracciami

Stanotte tremavano le mani, gli occhi e le gambe.
Sono ancora un reperto fragile.
Perdo le parole dalle tasche della mente.

Il mio sguardo riflette l’immagine di una sedia a rotelle
che amplifica il mio bisogno d’essere abbracciata.

“Stringimi forte e dimmi che mi vuoi bene.
Ti prego stringimi più che puoi.
Dimmelo che se anche non son perfetta
non sono il peggio che ti poteva capitare.
Con la testa ti dicevo che ti amavo, che ti amavo,
che ti amavo, che ti amavo.
Ma tu non lo sai.
Non vado dove tu vai.
Non mi siedo dove tu sei.
Ti cerco con gli occhi
e ti osservo,
da dove non puoi capire.

La mia evanescenza non è un caso.
Il garbo ha preso la maleducazione e le male parole
e ne ha fatto polvere di ruggine amaranto.
Sono un senza senso sparso come polline”.

Non si può vivere per sempre.
Vivere così.
La realtà sarà una sedia a correre per gambe vecchie.
Smagrite e chiazzate di ematomi color vinaccia.
Di quel suo profumo antico.
Di mani grandi.

Non so vivere senza.
Negli occhi il ricordo dei tuoi,
colmi di ogni cosa non detta, 
nei miei.

 

costellazione zoppa

malattia

Mi spengo in giorni 
che passano lenti,
quando le risposte 
non sanno arrivare.
Paziente l’attesa,
ma i camici bianchi non 
fanno giochi di prestigio.
Scienza imperfetta
che delude;
come la specie umana.
Possiedo bronchi ed alveoli
contaminati dalla vita
che mi sta consumando.
Mi arrovello i centri nervosi,
ma la stanchezza è cronica.
Su e giù.
Di lato e di fianco.
Chilometri di strada,
multe e semafori gialli.
Bevo vino rosso Bonarda
per ridere di nulla.
Allegria bugiarda,
ebbra di tetre paure notturne,
dove urlo sudata
e le sponde del letto
sembrano precipizi pelosi.
L’aria si fa elettrica,
 tutto naviga a rallentatore
quando l’essere figlia
non è scontato.
E non è nemmeno un crampo,
un campo di grano.
Giro dentro
una costellazione
famigliare zoppa
e vado alla velocità 
del niente.

Vorrei essere un bottone del suo pigiama,
il cordone ombelicale di sua madre.

Non riesco più ad aspettare.
Mi cadono anche i capelli.
Cadono i jeans.
Rimpicciolisco.
Sto diventando neonata insieme a lui.