Intolleranza consapevole

parole
Fatico ad esternare i disagi. Non per riservatezza, ma perché i pensieri si annodano e le parole vanno all’indietro.

Come quando il sole brucia le fronde degli alberi ed i punti fermi dei mondi perfetti castigano i miei sogni alternativi.

Se scivolo in questa dimensione, un sola cosa so fare bene: restare in silenzio. Persa in miliardi di parole che non hanno scuse per uscire, penso che non è vero che i giorni scivolano.

Ieri non è passato, è ancora qui.

Non è vero che sognare è l’ultimo anelito di libertà, se i desideri si schiantano sulla dura roccia del reale. Le bollette aumentano. Le teste rotolano. Le verità sulle vite degli altri sono un bene o la scusa per darsi una giustificazione? Un treno di parole anche se pacate può fare male? È preferibile sciogliere i nodi delicatamente o utilizzare l’inquietudine di un’accetta? È peccato alleggerire tutto questo grigio Londra?

Io non sono luce, favola o acqua chiara. Sono un gomitolo di lana che può scaldare in inverno, ma d’estate… se non si comprende come tessere la mia densità, può rivelarsi un rogo incendiario. Non c’è nulla che mi dia più fastidio delle parole in eccesso.

Quando ho sposato l’arte dello scrivere ho scoperto d’esserne allergica. Ogni palcoscenico a fine serata chiude il sipario, perché esistono anime che non riescono a cucirsi le labbra nemmeno innanzi al destino? Il silenzio è un’arte. Spesso banalizzato, criticato o considerato una forma malsana di astensionismo.

Eppure, nel suo eco vuoto, odo più risposte che in centomila sorde affermazioni.

Vuoto

sbavatura

Talune solitudini profumano la follia.
Come quando le parole sgorgano stonate e l’inchiostro sbava.
Fogli su fogli a cercare la frase perfetta,
che non esiste… se il rimbombo del vuoto domina la mente.

Emotiva

Emotiva sono, come il rigo di nero mascara che colora le mie guance nel ricordo di te. Un pensiero, che sfuma negli anfratti della mia testa assonnata mentre guido e di nebbia mi nutro. Mentre sogno e di vuoti mi riempio. E’ un otre questo mio sentire mai desertico. Un costante rimbombo arcaico. Troppo vasti i miei lidi per godermi indenne, perché tutto ho concesso all’amore. E in questo tutto un cuore solo… muore.

Le mezze stagioni di un cuore in gola

campi di girasoli

Era la primavera. Avevo l’inverno dentro al cuore quando mi hai scorta seduta tra sbiaditi campi di girasole. Giocavo con i cani da caccia di mio padre. Le rughe avevano reso un inferno la mia giovinezza; l’inquietudine dava pugni in faccia ad ogni mio possibile coraggio. Ti ho pregato di lasciarmi morire, mentre osservandoti di sottecchi mi impressionò la tua bicicletta: sgangherata, con pedali color ruggine, era un tutt’uno con la tua semplicità. Indossavi abiti dimessi sopra uno sguardo denso di parole appena accennate. Hai sorriso al mio dire ed hai scelto di fermarti e farmi compagnia. Mangiavi semi di lino, mentre i cani ululavano il mio dolore e le calatidi dei girasoli stavano iniziando a ruotare verso ovest in attesa del tramonto. Da quella sera sei venuto tutti i giorni e tutti i giorni ti ho mandato via.

Era l’autunno. I girasoli avevano cessato il loro ciclo vegetativo. Avevo deciso di liberare il terreno per consentire ai cani di correre più liberi. Ho tagliato i dischi dei capolini ed infilandoli con uno spago uno ad uno, li ho appesi sulla lapide soleggiata dove avevo scelto di far riposare mio padre. Quando sarebbero stati ben secchi li avrei posti in vasi di cotto per gli uccelli selvatici. Tu eri sempre lo stesso, ma mai identico al giorno precedente. Mi stavo abituando al tuo odore, al paesaggio con la tua figura dipinta. Ogni tanto mi portavi dei biscotti di grano saraceno che tua madre sfornava il sabato mattina, io non avevo mai fame, ma li mangiavo perché così eri felice. Oltre le lastre del mio dolore avevo iniziato a vederti. Sapevo a che ora saresti arrivato e sapevo che non volevo mai vederti andar via.

Era il primo giorno d’inverno, quello che gli astrologi definiscono: la festività solare. I cani non ne sapevano di voler giocare. La terra nera che mi ospitava era ghiacciata, il giallo dei girasoli solo il ricordo sbiadito di un epoca ormai lontana. Quando ti ho visto arrivare, stretto nel cappotto nero e con la bicicletta ridipinta di fresco, ho sentito caldo tra le cosce e nella gola. Come passaggio dalle tenebre alla luce, sei venuto a me per l’ultima volta perché fu la volta che mi portasti via. Senza chiedermi chi fossi e dove volessi andare, hai scelto di bermi per le labbra rosso fuoco ed il pallore che persiste incessantemente sui miei zigomi magri. Senza chiederti chi fossi e dove volessi andare, mi son lasciata bere aggrappata alle tue spalle larghe ed ho pianto per te tutto il sale del mar Morto. Tra i rumori della città nascente, mi hai invitata felice dentro le movenze di un tango argentino e ti ho lasciato fare. Ho amato ballarti come un antico bandoneón, sentire il tuo corpo che mi lambiva ad ogni passo, mentre le mani sui miei fianchi erano sicure ed il tuo alito tra i capelli seminava promesse. Nel mio corpo, desideri da tempo perduti, hanno aperto il varco al destino che, accarezzando le tue labbra, ha ridipinto il mio paesaggio interiore di trifogli, gardenie e tulipani, per una testa ancora diffidente, ancora costretta nella morsa del panico. Ed un sentire rotondo, di erotismo leggero, mi ha trasportata dove al posto dell’ondulato colle era sorto un deserto basso, arso e solitario.

Dopo quella lunga danza, fu di nuovo la primavera ed allora sono ritornata correndo al mio campo di girasoli. Ero preoccupata per i cani. Li avevo lasciati soli troppe giornate e temevo se ne fossero andati. Li ho ritrovati bellissimi. Mi stavano aspettando. Come un gioco d’altre epoche hanno iniziato a corrermi tutt’intorno guaendo per leccarmi le mani. Con grande sorpresa, qualcuno che amava mio padre almeno quanto lo amavo io, aveva provveduto alla risemina dei nostri girasoli. Tutto sembrava uguale a se stesso, tranne la mia persona: avevo compreso che se non fossi più tornata, la vita avrebbe continuato a realizzare i sogni di qualcun’altro.

Da quel giorno vado avanti perché sono in molti a sperare che io lasci perdere, vado avanti perché ora so cosa sono le mezze stagioni di un cuore sempre in gola, nonostante si sia perduto il conto dei decenni in cui si mormora che le mezze stagioni  non esistono più.

Io invece esisto, per me stessa e per chi sostiene il contrario.

Ma soprattutto, non me lo devo più dimenticare che talvolta è meglio fermarsi e tornare indietro, che perdersi irrimediabilmente nel labirinto di un cammino senza luce.

Lettera d’amore

morte

Mi manchi, lo so nascondere molto bene a tutti, anche a te. Fingo che la mia vita sia sempre la stessa, distruggendomi di cose da fare per non pensarti, per non ricordare il tuo odore, ma mi prendo in giro da sola. Forse lo hai capito pure tu, ora che mi sei così lontano. Accuratamente evito di venirti a trovare, accampando sempre qualche scusa, perché non ce la faccio a fingere che mi sta bene vedere dove stai. Spero tu potrai perdonare questa mia assenza quotidiana, ma non riesco a sforzarmi. Non ancora. Se non fosse che, da qualche giorno, mi manchi da piangere, avrei potuto recitare questa mia parte perfettamente ed all’infinito. Ma ho gli occhi dannati ed inizia a vedersi.  Mi sono accorta che, quando la sera torno dal lavoro, lancio sempre uno sguardo apparentemente sfuggevole al tuo giardino, illudendomi di vederti col tuo cappello spigato e la scopa di saggina in mano. È un gesto più forte della mia intelligenza, mi volto e guardo in procinto del muro dove l’anno scorso avevamo le piante di pere. Eri sempre più o meno da quel lato della casa verso l’imbrunire. I calzoni un po’ calati, la canotta bianca d’estate, il giaccone blu d’inverno. Mi manchi da morire. Mai nessuno ha udito la mia voce mormorarlo, credo che i più possano tentare d’immaginare, ma è diverso sentirlo pronunciare in modo intonato. Con la voce, intendo. Con questa lettera voglio dirti che purtroppo parlo sempre più veloce e che ora mi mangio pure le parole. Sono diventata dura come la roccia e quasi menefreghista. Inoltre ho perfezionato come diventare invisibile e rendermi irreperibile. Da quando mi hai lasciata, io… non sono più io. Ho perduto la mia radice Padre ed il tronco della mia esistenza si è trasformato in un salice piangente. Non si è salvato nulla della bambina che hai tenuto sulle ginocchia, credimi… nulla. Ho migliaia di rimpianti che portano il tuo nome e so che non mi basterà il resto dell’esistenza per chiuderli sotto chiave. Troppo lunghe sono state le tue assenze forzate e troppo lungo è stato il mio convincermi che non avevo bisogno di te. Ultimamente, quando ti stavo conoscendo, la tua sordità era diventata un vero limite alla nostra comunicazione. Avrei dovuto parlarti più spesso, ma mi stancavo. Di tante cose. Della mia vita frenetica. Di tutte le sfortune che, giorno dopo giorno, venivano ad infastidire il mio tempo da dedicare alle persone che amo. Sabato, tua nipote ha compiuto 13 anni, dovevi vederla. Ha aperto la serata, a lei dedicata, con un abito da sera nero ed i primi tacchi, per arrivare a spegnere le candeline della torta in ciabatte e pigiama. È ancora una ragazzina, ma saresti orgoglioso di lei. È cambiata tanto. Ricordi le lotte per vedere i programmi in televisione? A casa tua ha avuto il monopolio del telecomando dai due anni in avanti, mentre io ti invitavo a sgridarla e tu scuotevi la testa e la lasciavi comunque fare. Scusa mi sono distratta. La verità è che ti scrivo per dirti che ti amo. Che come te non ho mai amato nessun altro uomo e che quando ho tradito la tua fiducia stavo solo tradendo me stessa. Ho necessità impellente che tu sappia che sto male. L’inverno alle porte mi riporta alla sensazione che tu debba avere freddo e non lo posso sopportare. È un concetto che mi picchia in testa a tamburo battente ad ogni ora del giorno e che si fa dolore la notte, quando fuori dalle finestre sento il vento e la pioggia. Da quando sei tornato alla Madre Terra, calpesto il suolo che ti ospita con più rispetto.  Dentro ho spazi di lacrime che mai avrei creduto di possedere, trattengo il fiato per vedere se passano, ma ti piango in continuazione perché la tua voce così dolce non riesco più a trovarla in nessun dove. Dopo quella prima volta, che mi hai tenuto la mano sulla testa, non sei più venuto a trovarmi nei sogni. Sei volato via così, con una mano su di me a rassicurare e nulla più. Non mi basta, ho bisogno che tu lo sappia. Vieni da me ogni notte e raccontami di questo tuo nuovo viaggio. Ho necessità di sapere se stai bene, perché qui, noi, tiriamo a campare senza di te. Hai finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Abbiamo finto che tutto fosse normale fino a quando sei dovuto andare via. Ci siamo tutti protetti vicendevolmente in una immensa bolla di bugia,  fino a quando la tua energia vitale si è esaurita e noi siamo crollati insieme a te. Mi è insopportabile la tua lontananza, perdonami se sono infantile, non l’ho ancora fatto pesare a nessuno, ma almeno con te posso permettermi di essere me stessa. Ti ringrazio per le cose che mi hai lasciato in eredità: il tuo sorriso, la libertà mentale, la capacità di sopportazione, la determinazione di portare a compimento i progetti. In questo siamo sempre stati speculari. L’uno, la mezza mela dell’altro. Voglio dirti che mi dispiace se negli ultimi vent’anni ti ho sostituito. Non l’ho fatto apposta, non me ne sono nemmeno accorta. Ma non è stata la stessa cosa, non sono stata mai amata come avresti potuto amarmi tu. Purtroppo non ho fatto in tempo a riscoprirti. Il tempo inclemente mi ha preso in giro e sono stata tratta in inganno, lasciandomi distrarre da bisogni profondi che necessariamente ci hanno allontanato. Perdonami se quando eri a casa andavo sempre di fretta. Non l’ho mai capito perché mi ritrovo sempre così incasinata. Oggi non va meglio. La mia agenda sembra un porto di mare, mangio male e sono colma di stanchezza come un uovo. Eppure te lo giuro che avrei voluto darti di più. Più tempo. Più parole. Più baci. Più abbracci, che non ti ho mai dato. Che non mi hai dato mai. Questa lettera potrebbe essere infinita, lo sappiamo entrambi, ma manchi e tutto nasce e muore su questa assenza incolmabile. Il tuo posto a tavola è ancora intatto. Nessuno ha il coraggio di sostituirti durante i pasti frugali che la domenica condiamo con finti sorrisi, mentre i bambini ci obbligano ai loro giochi, alla vita che li inonda. Non c’è niente che ti resiste, la tua essenza non passerà mai. Oggi ti prometto che provo a vivere, ho tante cose da fare, novità che mi impegneranno per lunghi mesi e di cui saresti orgoglioso di me. Devo farla questa promessa, altrimenti finisce che non me ne tiro fuori. Riposa bene, padre mio e se hai freddo canta. Come quando ero piccola. Tu, l’armonica, la biondina in gondoleta ed io che ballavo a piedi nudi sotto il portico di casa. Se canti,  magari odo di nuovo la tua voce e quest’inverno, senza te, mi sembrerà meno freddo. Mi sembrerà meno inverno ed io potrò illudermi di essere ancora una figlia.   

solitudo et libertas

solitudine

<<Non ho mai realmente sofferto di solitudine, c’è da dire che sto bene anche da sola, sono affermazioni lunatiche, me ne rendo conto… sto ammettendo che sono un po’ selvatica e chi non mi conosce potrebbe giustamente credere di essere al cospetto di una vera donna orsa, in effetti chiusa in casa ad ascoltare i muri mi sento quasi divina, e nemmeno mi nascondo…>>.
Sono giunta ad innamorarmi del vuoto che mi circonda quando ho capito che nella moltitudine erano in tanti a risucchiarmi, mentre da sola al massimo rischiavo di spremermi solo io.
Per un caso del destino sono sempre in viaggio, con l’obbligo intrinseco di relazionare con chiunque incontro sul mio percorso. A causa di questa tendenza innata di starmene un poco a “capperi” miei, accade che la gente mi approccia in punta di piedi e spesso tende alla rinuncia, come se questa mia indole fosse una luce al neon fissa sul mio viso con scritto <<leave me alone>>, <<lasciami perdere>>, <<más sola que mal acompañada>>, <<lassa stà>>. Ma la solitudine è un lusso da ricchi con un valore umano così profondo che solo chi teme di entrare in contatto con sè stesso può aborrire.
Nella mia vita è quasi impraticabile perchè nonostante sia uno concetto molto vasto, ho sempre qualcuno che viene ad invadere i miei spigoli.  
Purtroppo resisto veramente poco alla moltitudine, mi inibisco innanzi alla massa parlante e temo il rumore dell’umanità che mi circonda. Da qualche anno le voci nella testa sono divenute frastuoni che mi collassano.
Odio i centri commerciali, il frastuono delle grandi città, i clacson, l’ assembramento di troppe persone, le discoteche, i locali dove per bere devi stare in piedi e non senti ciò che dice il tuo vicino. Credo che la certezza che io soffro terribilmente il vuoto quando attorno a me ci son troppe persone sia una delle cose più terribili che mi è accaduta in questa vita. Da starci male. Da arrivare ad ammettere che mi annoio e stavo meglio quando stavo peggio. Insomma per farla breve: mi scasso i “macarons”. Che è un modo gentile per non dire in realtà la pesantezza di ciò che mi si scassa.
Nonostante le parole, i sorrisi accattivanti, i pasti consumati bevendo, di fondo ho sempre quel senso di vuoto. Di perdita. Che improvvisamente diventa un bel pieno zero cost non appena mi tuffo negli odori di casa, sul mio divano ultra ventennale, tra i miei libri. Un pieno che lievita fino a rendermi felice della mia scodella calda di zuppa tra le mani, le ciabatte pelose e calde ai piedi –che non mostrerò mai a nessuno– la copertina di pile sulle gambe.  Nel silenzio che rimbomba io mi rigenero. E mentre il tepore silenzioso del nulla rilassa la mia mente ed entra in comunicazione con la mia anima facendola smagrire del sovraffollamento accumulato durante le ore precedenti, io ritrovo me stessa.  
<<…ora so che posso apparire asociale, dico posso perché poi in verità non lo sono, so ascoltare e consigliare, so condividere con pochi intimi, amo andare a cena in piccoli locali con pochi clienti, passeggiare con l’amica del cuore lungo i fiumi, fare due chiacchiere nell’abitacolo della macchina col riscaldamento a palla, stare in amore su un divano rosso e guardare la tv, ma tutto deve essere minimal e sussurrato, dolce, melodico, il tumulto di tante teste, tanti occhi, mani, disturba i miei sensi e mi fa perdere il contatto…>>.
Detto ciò è evidente che mi bastano i molteplici tumulti che genera la mia anima per stare bene. Quindi si ritorna a quel concetto di orsa bruna che tanto mi sta stretto. Sono pochi coloro che comprendono che la solitudine è una meravigliosa conquista. Io sono in perenne ricerca di questo stato d’ebrezza perché la mia libertà sta nell’isolamento che cerco. Quindi la vera verità della mia essenza, non sta nell’affermare che sono orsa.

Ho solo bisogno di sentirmi libera.

Quando si ama…

lenzuola stropicciate

 

Le lenzuola fresche non bastavano a ripristinare la mia temperatura corporea. L’aria era satura di un calore mai avvertito prima. L’umido mi aveva reso fradicia l’attaccatura dei capelli sul collo. L’unico modo per respirare era restare perfettamente immobile.
Condizione difficile, con te accanto.
Piano mi cercavi la mano nello scorrere delle ore, come a sincerarti che ero sempre sdraiata nuda vicina a te, ma l’afa della stanza rendeva appiccicoso ogni nostro piccolo gesto. Restavamo incollati a tutto. Alla pelle, alle lenzuola, al coprimaterasso, a noi medesimi nel tentativo goffo di abbracciarci. Ridevo piano per non svegliarti del tutto. Ma ridevo. Perché è bello averti vicino, più bello di quanto potessi immaginare. Come in ogni situazione non ordinaria sono stata capace di non chiudere occhio tutta la notte.
Meglio! Così non mi sono persa un solo istante di te. Il tuo respiro a tratti lieve, a tratti più profondo mi ha fatto compagnia. Come il rintocco ad ogni ora delle campane della chiesa. Il richiamo alla Santa Messa delle sette del mattino. Il borbottio del mio vicino di casa. I passeri cantare alla finestra che avevo lasciato spalancata sul cielo di una notte che non avrei voluto finisse mai.
All’alba, per non vederti andare via… avrei fatto un patto con Lucifero, ma così non è potuto essere. Non hai nemmeno fatto colazione. Il caffè è restato nella moka. Lo yogurt ed  i cereali, che ti avevo comprato, sono integri.
Ti ho scrutato mentre di corsa ti allontanavi, la tua camicia bianca stropicciata di lino mascherava il mio dolore (grande come la capocchia di uno spillo a perforarmi il lato destro del cuore).  

<<Non lasciarmi sola>>.
Come a leggere i miei pensieri mi hai sorriso dal finestrino aperto ed hai sussurrato:
<<Ti chiamo dopo>>.
<<Ti aspetto>>.
<<Ciao>>.
<<Ciao>>.

Io ti amo. Ti aspetto.
Oggi la capocchia di quello spillo sta diventando un cacciavite.


da “Memorie di una donna, C.M” – Stefania Diedolo

La vita mi ha cambiata

stepiccola

La vita mi ha cambiata.
Ora vedo anche ciò che non ho saputo vedere mai.
L’ultima goccia di birra che scivola nel bicchiere.
La ruga che a mia madre taglia il viso di netto.
L’occhio lucido di chi mi vuol bene e trattiene il pianto.
I granelli di polvere che intasano il mio cuore.

Ho iniziato a spostarli uno ad uno.
Sono granelli appuntiti.
Mi fa paura sapere che un giorno potrei tornare a sentirlo battere libero.
Perché anche il cuore si è contratto e possiede una velocità che disconosco.

Il dolore mi ha consumata viva.
Sono l’ombra di un roseto sfiorito.
Ora mi mancano tutte le cose che non avrei creduto mai.

La sua grande mano sulla mia testa.
Quel suo chiamarmi ceti piano.
Il grappolo d’uva da due chili e passa,
le pere william, i fiori che amava.

A tratti mi chiedo se quanto iniziato è il principio di un finale
o la messa in scena di una partenza.

Tutto questo scomparire è dannoso: non può far bene.

Si è smarrito anche il principio dell’orrore.
Ho così temuto la sua dipartita e per così tanti mesi,
che non ricordo più i giorni felici in cui ho pensato:
sarà splendido farmi un bagno con lui al mare.

Eppure sedici giorni fa mi ha sorriso,
io l’ho accarezzato  e ci siamo dati appuntamento
a Serina per Giugno.

Ti amo papà, perché mi hai lasciata proprio adesso?

La vita mi ha cambiata.
Ora la lascio andare.
Ora la vivo senza contare le ore.
Ora non mi vergogno più di farmi vedere piangere
e farmi abbracciare, dire di no, dire di sì, dire ciò che sono.

Sono senza difese, i muri sono crollati.
Non riesco nemmeno a scendere dal letto.
Tra le mie mani continuo a risentire le sue
e non posso staccarmene.

Non posso.
Non voglio.
Non sento nient’altro.

…quando smarrisci la strada…

perdersi

Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato.

Qualsiasi via è solo una via
e non c’è nessun affronto,
a se stessi o agli altri
nell’abbandonarla
se questo è quello che il cuore ti dice di fare.
Esamina ogni via con accuratezza e con ponderazione.
Provala tutte le volte che lo ritieni necessario.
Quindi poni a te stesso,
a te stesso solamente
una domanda.
Questa via ha un cuore?
Se lo ha, è una via buona.
Se non lo ha non serve a niente.

Carlos Castanuda

Auguri anche a chi non mi sa voler bene…

Merry_Christmas_by_lilhyperbabe

… è come credere alle favole, poi un giorno ti svegli e scopri che sono tutte inventate. Che i vampiri psico-energetici esistono da sempre, mentre le fate turchine no.

“Ho 8 anni, siamo alla vigilia di Natale del 1976 e mio padre mi sta spiegando la questione relativa a Babbo Natale, Santa Lucia e la Befana. E’ tornato dalla Nigeria da poche ore, dall’ennesimo viaggio di lavoro. Il colore della sua pelle abbronzata crea un contrasto quasi fastidioso con il pallore efebico di mamma. A casa è un andirivieni di persone:  fratelli, sorelle ed amici che vogliono riabbracciarlo dopo quasi dodici mesi lontano da casa (troppi per qualsiasi adulto e per qualunque bambino). Ovunque regali, statue d’ebano, tappeti, avorio. I miei fratelli sono piccoli, sono preoccupata perchè non li sta curando nessuno e Mirko piange da un pò. Io vorrei essere felice perché papà mi tiene sulle gambe ed il suo dopo barba sa di buono, di un profumo che avevo scordato, ma piango perchè Babbo Natale non esiste. Aveva ragione la mia compagna di banco G. (aggressiva vampira infante) e mio padre non sa dire bugie. Non posso crederci.  Non festeggio a dovere il ritorno dall’Africa dell’unico uomo che mi è mancato tutta la vita e non faccio gli auguri a nessuno”.

Come allora… anche oggi, fatico a fare gli auguri. Ho sempre questi pensieri freccia che bucano la mia presunta serenità. Succede all’improvviso: mi scarico con una velocità mortale, come sotto mira da un tiratore scelto e cado come una stella al primo colpo. A fare da proiettile qualunque situazione: troppe parole o troppo poche, l’indifferenza e la volontà di farmi male. Resto il solito bersaglio facile o la solita cretina, non saprei. “Non dovrebbe dare gusto, mi dico, non alla vigilia di Natale”.
 
Di persone come G.,  la mia vicina di banco, è pieno il mondo.